DEATH DIES (Intervista)

Nel sottobosco del black metal italiano, dove le uscite si accumulano tra urgenza espressiva e identità spesso ancora in cerca di una forma definitiva, i Death Dies continuano a muoversi seguendo un istinto più che una strategia. Il nuovo lavoro Maledicti In Aeternvm sembra voler stringere il cerchio: meno dispersione, più impatto, anche se non sempre senza qualche zona d’ombra. Tra richiami alla tradizione, derive personali e una certa ostinazione nel restare fedeli a un suono viscerale, la band prova a ridefinire il proprio equilibrio. Ne abbiamo parlato direttamente con loro, cercando di capire cosa si nasconde dietro questo ritorno a coordinate più crude e compatte, tra scrittura spontanea, immaginari popolari e un approccio che rifiuta di diventare troppo calcolato.

1. L’album sembra un ritorno a un black metal più diretto e sporco. Era una scelta voluta?
Ciao e grazie per l’opportunità.
E’ stato un processo spontaneo. Dopo le prime session di scrittura di Samael e le prime prove abbiamo capito che il materiale che stavamo mettendo a punto era estremamente viscerale e compatto. Era la strada giusta da seguire perché ci rappresentava in toto e l’abbiamo presa senza esitazioni.

2. Quanto incidono esperienze personali e influenze culturali nella scrittura dei testi?
In generale i nostri testi partono proprio dalle nostre esperienze e il nostro modo di filtrarle attraverso il nostro retaggio culturale (che ci accomuna a livello di band). Mai come in questo caso in cui i testi sono stati a totale appannaggio di Krom (eccetto nell’ultima Destroyer, ri registrazione di un vecchio brano) si è scavato in profondità attraverso immagini allegoriche e situazioni prese dalla tradizione popolare delle nostre terre.

3. Brani come “La Malcontenta” alternano brutalità e atmosfere sospese. Come progettate queste dinamiche?
Non c’è un progetto a monte ma non sbagli a sottolineare questa alternanza. Ogni canzone è una sorta di “percorso” che vive di momenti con intensità diverse ma per noi è piuttosto naturale ragionare in questi termini. Pur suonando black metal i nostri retaggi sono molto ancorati anche alla musica strumentale delle colonne sonore che, appunto, vive proprio di dinamiche. Quindi ci diventa naturale comporre in questi termini.

4. Quale brano pensate catturi meglio l’essenza dei Death Dies?
Personalmente io adoro Asmodevs perché in questa canzone Samael ha inserito un compendio delle nostre influenze. Dai riff semplici e squadrati dei Blasphemy agli arrangiamenti di tastiera che prendono ispirazione dalla primissima scena norvegese fino alle parti vocali pulite che richiamano un mood alla Celtic Frost.
Sicuramente e’ il mio brano preferito del disco.

5. Quanto tempo dedicate alla costruzione del concept prima di scrivere i brani?
Paradossalmente il concept viene dopo le sessioni di prova, proprio a testimonianza di quello che dicevo prima..e’ un processo naturale per cui andiamo a trovare le assonanze DOPO aver lavorato sui pezzi.

6. L’album è concepito come un viaggio oscuro. Come è stato pensato il percorso narrativo dei brani?
A livello musicale si è cercato di equilibrare il tutto con una scaletta che non diventasse “difficile” da ascoltare e quindi procedendo sempre (anche in questo caso) con la scelta di dare dinamica alla track list. A livello testi, non dovendo seguire un concept, non ci siamo posti il problema.

7. Quanto influenzano i miti e le leggende le tematiche dei testi?
Molto perché rappresentano per noi un veicolo di comunicazione universale. Ne fa fede anche la scelta di far rappresentare a Maira Pedroni (l’artista che ha curato la copertina e tutta la grafica) il mito di Prometeo, mito ripreso anche nel titolo del disco. In una sorta di circolarità ci ritroviamo sempre a ripetere lo stesso rito di composizione e creazione, spesso tortuoso e ingannevole, ma nel contempo ci rendiamo conto che non riusciremmo a farne a meno e a fare diversamente.

8. Quanto è importante che l’album mantenga un senso di coerenza dall’inizio alla fine?
Soprattutto in questo caso è molto importante. Il disco precedente “Stregoneria” era ottimo ma veniva dopo un lungo periodo di stop e da un processo di scrittura diluito in un tempo molto lungo. Questo ha creato una track list più discontinua a livello di stile. Nel caso di Maledicti In Aeternvm invece la “penna” è stata unica e tutto si è svolto in tempi molto più brevi. Penso che questa compattezza si senta pienamente.

9. Quali emozioni volete che restino impresse nell’ascoltatore dopo l’ultimo brano?
Ci aspettiamo che le persone sentano di trovarsi di fronte ad un disco sincero e suonato con l’anima. Poi non possiamo piacere a tutti, ma rivendichiamo la nostra “onestà” e la nostra storia.

10. Quanto pensate che questo disco rappresenti un punto di svolta nel vostro percorso artistico?
Lo è per molti fattori, non ultimo l’essere approdati alla ottima My Kingdom di Francesco Palumbo che ha gestito e sta gestendo la nostra musica nel migliore dei modi. La svolta non è tanto in quello che facciamo ma nel come viene percepito. Penso che per questo disco tutti i pianeti si siano allineati perfettamente.

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