DARKHOLD (Intervista)

Tra le radici del thrash metal e una visione personale e contemporanea del genere, i Darkhold portano avanti un percorso musicale che unisce aggressività, ricerca compositiva e riflessione sulla natura umana. Con «Centuries of Purgatory», la band approfondisce il concept iniziato con «Tales From Hell», esplorando i sette Vizi Capitali attraverso una prospettiva oscura e legata alla quotidianità. In questa intervista, Claudio racconta il rapporto con la tradizione thrash, il valore dell’underground, le difficoltà delle band indipendenti e il significato del nuovo album.

1. Il thrash metal viene spesso associato alla sua epoca d’oro negli anni Ottanta. Cosa significa per voi suonare questo genere oggi?
Claudio: Vorrei partire dal presupposto che il thrash metal è sì nato negli anni ’80 e in quel periodo ha sfornato capolavori indiscussi, ma fortunatamente si è evoluto nel corso dei decenni attraverso influenze death, groove, classiche e, a mio avviso, lo sta facendo ancora oggi, sia con band storiche sia con band nuovissime, dalle tematiche molto interessanti. Ma la cosa principale è trasmettere un messaggio, nuovo o vecchio non importa, perché ci si crede davvero in quel messaggio! Perché quel messaggio ti ha cambiato la vita e magari, senza forzature e/o imposizioni, potrebbe cambiare la vita anche solo a un’altra persona che ci vede, che ci ascolta, che ci legge, che ci canta, che ci vive o ci respira, in un mutuo, equo e reciproco scambio continuo di valori qualitativi, non di “like” quantitativi, e questo lo riscontriamo ovviamente nella maggior parte dei casi in sede live, non di certo dietro gli schermi dei nostri PC… “Dal vivo” è un momento che va seriamente riscoperto, è un rituale che va celebrato insieme, è un fuoco primordiale da ravvivare con onore e orgoglio, senza paura di non essere adeguati o di sentirsi fuori posto, ma con la consapevolezza di essere piuttosto, ognuno di noi, un ingranaggio fondamentale e indispensabile per far funzionare in modo ottimale ed efficiente la complessa ma poderosa macchina artistica del metal, prima di tutto nei nostri cuori…

2. Come riuscite a rispettare la tradizione senza limitarvi a riproporre formule già conosciute?
Claudio: Direi proprio nel modo che accennavo prima, cioè grazie alle influenze musicali personali di ognuno di noi, perché siamo davvero cinque elementi con ascolti quotidiani altamente diversi, con un background musicale variegato e soprattutto con età diverse fra di noi, quindi si copre un arco di tempo musicale decisamente ampio. Chiaro che il metal sia la base, ma non c’è solo quello nelle nostre teste durante la fase compositiva di un brano, o più semplicemente di un riff iniziale come base di partenza o di un pattern di batteria decisamente lontano dal metal tradizionale. Il thrash scorre ovviamente nelle nostre vene e sempre così sarà, ma essere in grado di non riproporlo con i classici stilemi credo che sia poi un marchio di fabbrica assolutamente personale e, per nostra fortuna, a livello tecnico siamo in grado di variare molto a livello compositivo.

3. «Centuries of Purgatory» sembra guardare al passato ma con una prospettiva moderna. Quanto è importante per voi questa evoluzione?
Claudio: «Centuries of Purgatory» rappresenta la naturale evoluzione della band, delle persone che la compongono e della musica che creano, con lo scorrere della vita quotidiana, vero perno di tutto l’album. Se «Tales From Hell» definiva l’Ucronia di un passato fantastico immerso in una visione infernale dell’esistenza, questo nuovo album è letteralmente radicato nell’Agonia di un presente asfissiante e malato: i Peccati non sono più attribuibili a possibili scelte sbagliate a seconda di strade diverse intraprese, ma sono paurosamente ancorati a decisioni volute, giornalmente perpetrate perché contemporaneamente schiave e dominatrici del relativo Peccato, che non a caso in Purgatorio viene chiamato e ben definito come Vizio. Un Vizio è chiaramente di base un Peccato, ma è ancora più subdolo perché è ragionato, voluto, temuto, desiderato; un “Odi et amo” dal quale non ci si riesce a liberare. A livello personale, negli ultimi anni siamo cambiati, abbiamo affrontato la quotidianità delle nostre vite, con i loro problemi e le loro sfide, abbiamo visto fare la stessa cosa al mondo che ci circonda e, quindi, oggi come non mai il Purgatorio e i suoi Vizi strisciano indisturbati sulla Terra senza freno alcuno; tutto ciò è decisamente marcato sia nei testi sia nella musica di «Centuries of Purgatory», nel quale contemporaneamente si possono trovare energia e disperazione, volontà e arrendevolezza, tutto comunque subordinato a un’enorme Paura di base.

4. Pensate che il pubblico metal oggi cerchi ancora album completi oppure preferisca concentrarsi sui singoli brani?
Claudio: Il metal odierno è decisamente molto “usa e getta”, e lo dico col nodo in gola perché mi ritengo un uomo analogico in un mondo altamente digitale: si cerca il brano che spacca, lo si ascolta ormai online o in streaming, a volte addirittura su un telefonino e in formati audio discutibili; difficilmente si ascolta un album intero, preferendo playlist personali con le hit del momento. A volte addirittura, per uno o due singoli che non piacciono, si cassa un album intero senza nemmeno averlo ascoltato tutto e bene, e per una band un giudizio del genere non è una stroncatura, è una condanna a morte senza nemmeno il processo. La situazione non è di certo delle migliori sotto questo aspetto, ma è anche vero che fortunatamente non tutti i fruitori musicali sono così, quindi c’è ancora gente che acquista CD o vinili, che per uno o due brani che non piacciono ascolta comunque tutto un album e va anche ai concerti della relativa band, e magari acquista merch sul posto, supportando la band stessa in modo diretto, e si mette a chiacchierare con altri sulla serata… Io nutro sempre grande speranza nel genere umano e, di conseguenza, nel miglior pubblico metal possibile.

5. Quanto conta il supporto dell’underground e delle webzine nel percorso di una band come i Darkhold?
Claudio: Noi Darkhold siamo underground, voi di Noi Rocker siete underground, quindi la prima cosa che conta è essere consci della propria identità e dell’importanza di essere quel tipo di identità all’interno di una scena che rimane comunque di nicchia a qualunque livello e in qualunque nazione (perché anche fuori dai nostri confini non è per nulla oro tutto quello che luccica). Quindi l’underground è vita, collaborazione, condivisione, passaparola, partecipazione, scambio culturale, parole in musica e in mutua evoluzione dialogativa reciproca, sia durante i concerti sia nei rapporti con le webzine come la vostra, con recensioni, live report o, a maggior ragione, interviste come questa. Alla base ci sta l’unione di tutti (pubblico, band, promoter, gestori dei locali, fonici, etichette, webzine, fotografi): tutti devono davvero fare la loro parte senza avere in mente come prima cosa il guadagno, altrimenti si è schiavi dei soldi e basta e non solo la magia svanisce, ma anche l’interesse generale si scioglie come neve al sole, e a quel punto ne escono sconfitti tutti, pubblico compreso.

6. La scena italiana ha prodotto molte realtà interessanti nel metal estremo. Come vedete il panorama attuale?
Claudio: Io la vedo sempre bene, da sempre in realtà, ma chiaramente ogni anno con protagonisti e finalità differenti, anche perché nomi precisi ne avrei tantissimi, ma dovrei farti un elenco infinito e sicuramente dimenticherei qualcuno… Sono sulla piazza da 29 anni ormai, di band validissime ne conosco davvero tante, ma sono sicuro che tante ne citerei quante tante colpevolmente ne dimenticherei; però la mia verità sta nel fatto che ognuna di quelle che ho conosciuto, ascoltato e con cui ho condiviso o meno il palco, e non solo lombarde quindi, abbia avuto e abbia tuttora qualcosa da dire, pur se rimasta in un ambito underground, tanto pieno di rabbia e contraddizioni quanto carico di arte e talento, ma comunque sempre vivo e pulsante. Per questo invito chiunque voglia davvero capire questo sottobosco a vivere i concerti, a usare intelligentemente i social per confrontarsi musicalmente e testualmente con queste realtà, non semplicemente per incontrarsi fugacemente dal vivo, farsi un selfie o bersi delle birre in compagnia, cose che ovviamente ci stanno eccome, per carità, alla grande, ma che non dovrebbero essere le uniche cose da voler condividere con chi fa musica metal in Italia oggi.

7. Quali difficoltà deve affrontare oggi una band indipendente per mantenere continuità e motivazione?
Claudio: Se si parte dal presupposto che per fare musica bisogna “mantenere” qualcosa, allora il tutto è già di per sé un obbligo, un peso, un fastidio, un problema e quindi avrà automaticamente vita molto breve e si sfalderà senza nemmeno accorgersene. Fare musica deve essere prima di tutto un piacere, un momento creativo talmente libero e felice che prendere in mano uno strumento e semplicemente “suonare” dovrebbe essere davvero l’unica cosa che conta. Invece si è tutti troppo concentrati su motivazioni, continuità, marketing, pubblicità, arrivismi, successo, vendite, streaming, visualizzazioni, belle parole e pochi fatti concreti, coltellate alla schiena reciproche un po’ di tutti verso tutti, in una royal rumble dei poveri dove a volte non c’è nemmeno il pubblico a parteggiare per una delle due fazioni… E così capisci che pure ciò che viene definito “indipendente” è invece molto dipendente da un sacco di fattori e di interessi personali che nulla hanno a che fare con il fare musica. Le difficoltà, ahimè, la maggior parte delle volte ce le si crea da soli, in autonomia, anche solo facendo promesse che in verità non si riesce a mantenere perché non si ha la volontà di farlo, e quello non è più fare musica, è solo perdere tempo e farlo perdere al prossimo. Questo è il vero mostro da combattere, noi stessi…

8. C’è qualche gruppo o artista italiano contemporaneo che ritenete particolarmente valido?
Claudio: Nomi precisi ne avrei tantissimi, ma dovrei farti un elenco infinito e sicuramente dimenticherei qualcuno; sono sulla piazza da 29 anni ormai, di band validissime ne conosco davvero tante, ma sono sicuro che tante ne citerei quante tante colpevolmente ne dimenticherei; però la mia verità sta nel fatto che ognuna di quelle che ho conosciuto, ascoltato e con cui ho condiviso o meno il palco, e non solo lombarde quindi, abbia avuto e abbia tuttora qualcosa da dire, pur se rimasta in un ambito underground, tanto pieno di rabbia e contraddizioni quanto carico di arte e talento, ma comunque sempre vivo e pulsante. Per questo invito chiunque voglia davvero capire questo sottobosco a vivere i concerti, a usare intelligentemente i social per confrontarsi musicalmente e testualmente con queste realtà, non semplicemente per incontrarsi fugacemente dal vivo, farsi un selfie o bersi delle birre in compagnia, cose che ovviamente ci stanno eccome, per carità, alla grande, ma che non dovrebbero essere le uniche cose da voler condividere con chi fa musica metal in Italia oggi.

9. Quale messaggio vorreste trasmettere attraverso «Centuries of Purgatory» a chi ascolta il disco per la prima volta?
Claudio: In questo album, rispettando la costruzione dantesca del Purgatorio, vengono vissuti in 9 tracce i 7 Vizi Capitali, il vero cuore di tutta l’opera, protetti da un Antipurgatorio iniziale e da un Paradiso Terrestre finale, e il tutto è vissuto come un nuovo viaggio nei meandri più oscuri ma terribilmente tangibili della perversione e dell’animo dell’umanità. Un’umanità familiare: quella del vicino di casa, dell’amico, del parente stretto; quella che si può toccare, vivere, respirare, subire; quella per cui può cambiare tutto, nel bene e nel male, e che a sua volta ti cambia dentro, nel profondo; quella che non ti lascia scampo, perché ne sei schifato ma anche attratto, senza possibilità alcuna di sottrarti a essa. C’è un’inesorabilità di fondo che è disarmante, una dipendenza incontrovertibile, un’impossibilità di disintossicazione talmente palese che pare di stare con le gambe bloccate nel fango fino alle ginocchia: una situazione talmente critica dalla quale, per liberarsi, si è inevitabilmente obbligati a lasciare indietro per sempre qualcosa di sé stessi, pagando un prezzo inimmaginabile. I 7 Vizi Capitali, che per la precisione sono Superbia, Invidia, Ira, Accidia, Avarizia, Gola e Lussuria, sono qui sviscerati in modo rigoroso e rispettoso della visione cronologica dantesca, ma sono pennellati su persone reali, di mia precisa conoscenza, e sono tasselli di un’escalation peccaminosa senza eguali, proprio perché vera e tangibile, quindi ancora più spaventosa di una “favola infernale” della buonanotte che ti lascia una morale e una speranza; in «Centuries of Purgatory» non c’è speranza e soprattutto non ci sono né morale né etica, c’è solamente, si fa per dire, la malsana consapevolezza dei propri Peccati e della propria umana disumanità al servizio del Peccato puro. La realtà ci offre su un piatto d’argento, sotto ogni più disparata forma, strisce bianche già tagliate di tonante arroganza, viscerale invidia, incontrollabile ira, disarmante pigrizia, avida avarizia, onnivora fame e incatenante piacere carnale; un vortice di estremismi che ti risucchia sempre più giù, sempre più solo, senza nulla a cui aggrapparsi per riprendere fiato, e qui i miracoli non esistono… Quindi l’uomo stesso, o meglio noi stessi, qui al centro di tutta la narrazione, è giudice e carnefice di sé stesso, e quando si entra in questo loop diventa difficile riuscire a evadere e a sottrarsi a un’esistenza “mostruosa”, perché in verità vista come normale da chi la vive in prima persona.

10. Se doveste scegliere un solo motivo per cui un ascoltatore dovrebbe avvicinarsi alla vostra musica, quale sarebbe?
Claudio: Sicuramente per affrontare una tematica quotidiana ma al contempo ancestrale come il Peccato, talmente radicato visceralmente in noi da condizionarci l’esistenza senza alcuna possibilità di scampo, da influenzarci regolarmente e quotidianamente a tal punto da trasformarci, totalmente o parzialmente, fino alle viscere… e a quel punto è troppo tardi anche solo pensare di poter tornare indietro… o forse no?

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