Intervista: OMNIA MALIS EST

Con “OME”, “Omnia Malis Est“, il progetto si spinge verso una dimensione compositiva e produttiva diversa rispetto ai lavori precedenti, unendo ambient e metal estremo all’interno di un’unica traccia della durata di circa un’ora. In questa intervista si parla del processo di mix, della ricerca di coerenza, dell’esperienza immersiva, delle possibilità di una resa live e delle prospettive future del progetto.

1. Come hai affrontato il mix di un’unica traccia così lunga?
Il mix è stato affrontato sostanzialmente come quello di una traccia più breve: niente rituali esoterici solo perché il brano dura un’ora. Ho lavorato in un unico progetto per gran parte della durata, anche se il primo quarto d’ora e gli ultimi dieci minuti sono stati gestiti in progetti separati. La ragione è pratica: quelle sezioni sono fortemente ambient e avevano bisogno di un livello di attenzione maggiore, senza essere soffocate dalla quantità di tracce presenti nelle altre parti del brano. Separarle mi ha permesso di lavorare con più focus e poi ricondurre tutto a una visione complessiva.

2. È stato più complicato mantenere coerenza o evitare la monotonia?
Decisamente la coerenza. La monotonia, paradossalmente, era il problema che mi preoccupava meno. Fin dall’inizio volevo un brano capace di evolvere, cambiare e offrire continuamente sfumature diverse. Il fatto di mettere insieme ambient e metal, con chitarre elettriche, batteria e basso, mi ha dato una tavolozza molto ampia. Il vero lavoro era fare in modo che tutti quei colori appartenessero allo stesso quadro. Certo, alcune variazioni sono talmente sottili che un ascolto distratto può non percepirle. Io so esattamente dove sono perché le ho costruite. Ma se qualcuno ascolta distrattamente e le perde, non è una tragedia. Non ho mai pensato di fare musica progettata per sopravvivere all’ascolto distratto.

3. Hai pensato a come verrà ascoltato “OME”? Cuffie, vinile, digitale, eccetera?
Sì. Nella promozione ho invitato esplicitamente all’ascolto in cuffia e in un momento mentale adatto ad affrontare un percorso lento, ma ricco di sfaccettature. In un’ora il brano cambia continuamente, anche attraverso dettagli piccoli che possono facilmente sfuggire. La cuffia permette di cogliere meglio queste variazioni e di entrare dentro il suono anziché limitarsi ad averlo come sottofondo. “OME” non nasce per fare compagnia mentre si scorre qualcos’altro sul telefono.

4. Quanto incide la produzione sull’esperienza immersiva del disco?
Incide moltissimo. È anche per questo che ho scelto di occuparmene personalmente: avevo già in testa come avrebbe dovuto suonare l’album e avevo bisogno che la produzione fosse coerente con quell’idea. Serviva una produzione pulita, chiara e potente, capace di valorizzare sia le parti ambient sia quelle metal. Nell’ambient convivono sintetizzazioni, campionamenti, linee e moltissime sfumature: se la produzione non è precisa, tutto rischia di diventare semplicemente un ammasso di frequenze. La produzione deve quindi rendere il brano vivo, ma anche leggibile. Se l’idea compositiva e la produzione viaggiano in direzioni diverse, il risultato è inevitabilmente un lavoro a metà. Per questo tendo a fare tutto da me: dall’idea alla composizione, fino a mix e master.

5. C’è un momento sonoro di cui sei particolarmente orgoglioso?
Più di uno, ma soprattutto le parti ambient. Sono quelle che mi rendono più orgoglioso perché rappresentano un territorio che non avevo mai esplorato davvero prima. Il fatto che, dal mio punto di vista, siano riuscite a mantenere linearità e coesione nonostante la novità mi soddisfa particolarmente. Le parti metal mi piacciono altrettanto, ma appartengono a un linguaggio che pratico da oltre vent’anni. Chitarra, basso e batteria fanno parte del mio modo di comporre da molto tempo: lì so esattamente dove sto mettendo i piedi. Non grido al miracolo, insomma. L’ambient, invece, era una scommessa. E la cosa che mi soddisfa di più è che, pur essendo una novità, non sembra un corpo estraneo rispetto alla parte metal: le due dimensioni riescono a fondersi con l’idea generale dell’album.

6. “OME” è un punto di arrivo o un esperimento?
Né l’uno né l’altro. Come i miei album precedenti, “OME” è semplicemente ciò che sentivo di dover fare in quel preciso momento. Non parto mai da un genere da rispettare, da una formula da replicare o da un pubblico da tranquillizzare. Quello che compongo è la somma dei miei ascolti, del mio stato mentale e del mio stato emotivo in quel momento: cuore e mente finiscono nello stesso posto e quello che ne esce è l’espressione dell’attimo. Per il prossimo album potrebbe uscire qualcosa di simile oppure qualcosa di completamente diverso. Potrebbe essere ambient, black metal o qualunque altra direzione mi venga voglia — o necessità — di esplorare. Non ho etichette, produzioni o aspettative di pubblico a cui rendere conto. Il progetto è estremamente underground, e questa è una libertà che non considero affatto un problema. Anzi, spero che il pubblico segua il musicista, non la formula dell’album. Dopo tre dischi molto diversi tra loro, aspettarsi sempre la stessa solfa sarebbe un esercizio di memoria più che di ascolto. Io non mi pongo limiti. Quello che viene fuori è quello che voglio fare in quel momento. Punto.

7. Pensi di continuare su questa strada monolitica o tornerai a formati più tradizionali?
Non lo so. Il futuro deciderà.

8. Come immagini una resa live di un’opera del genere?
In passato ho pensato alla possibilità di portare “Omnia Malis Est” dal vivo, soprattutto ai tempi di “Viteliu”, nel 2015. Quell’album si prestava molto di più alla dimensione live: brani di durata normale, un epic extreme black metal ben definito e strutture più schematiche, con strofe, ritornelli, cori e così via. “OME” è un’altra storia. Portarlo dal vivo sarebbe molto complesso, soprattutto perché la mia idea sarebbe quella di riproporlo come one man band. E una one man band, per un lavoro di questo tipo, ha ovviamente dei limiti pratici. Potrei coinvolgere musicisti o turnisti, ma qui entra in gioco anche un mio limite personale: farei fatica ad accettare che una parte costruita in un certo modo venisse modificata, anche solo minimamente, dalla presenza di un’altra persona. Quindi nell’immediato non lo vedo fattibile. In futuro, chissà. Non prometto miracoli, ma nemmeno li escludo.

9. Che tipo di reazione ti aspetti da chi ascolta un lavoro così radicale?
Non mi aspetto reazioni entusiastiche al primo ascolto, né credo che un album del genere debba essere necessariamente capito subito. Mi aspetto piuttosto che chi decide di affrontarlo sappia a cosa va incontro. Un’unica traccia strumentale, senza voce, con circa trenta minuti di ambient e altrettanti di metal estremo, melodico e sinfonico, non è esattamente musica da ascoltare distrattamente mentre si aspetta che succeda qualcosa. Mi interessa però che ci sia apertura mentale. Il formato può essere particolare, ma è proprio questa la sua funzione: opporsi a una fruizione musicale sempre più veloce, volatile e superficiale. Siamo diventati schiavi dello skipping e delle piattaforme che ci insegnano a giudicare un brano nei primi cinque secondi. Cinque secondi non bastano per giudicare “OME”. Probabilmente non bastano nemmeno trenta minuti. Serve l’ascolto completo, serve tempo, serve la disponibilità ad andare a fondo. E questa cosa, curiosamente, vale anche fuori dalla musica: pretendiamo di capire tutto immediatamente e poi ci stupiamo quando non abbiamo capito niente.

10. Dopo un disco così, senti di aver svuotato tutto o di avere ancora molto da esplorare?
Dopo “OME” sento soprattutto il bisogno di esplorare. Le critiche che ho ricevuto hanno riguardato principalmente il lato ambient dell’album e, paradossalmente, questo mi ha spinto ancora di più verso quella direzione. L’idea originaria di “OME” era infatti quella di realizzare un album totalmente ambient; poi il progetto è stato contaminato e miscelato con le parti metal. Ora quella prima intuizione sta tornando in superficie. Se l’ispirazione e lo stato d’animo lo permetteranno, vorrei lavorare a un album ambient senza compromessi, dall’inizio alla fine. E possibilmente non limitarmi a un’ora. Se per farlo servono più di sessanta minuti, tanto meglio. A quel punto, almeno, avremo un altro problema per cui lamentarci.

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