SFREGIO “Non Credo” (Recensione)

Full-length, Nadir Music (2026)
Gli Sfregio mettono sul tavolo dieci brani e nessuna intenzione di chiedere scusa. “Non credo” arriva dritto al bersaglio con la rapidità di una raffica di riff, trasformando religione, morale, società e libertà individuale in materiale da demolizione. Il risultato è un album che utilizza il linguaggio più ruvido del thrash per costruire una sorta di satira musicale dove il sorriso arriva spesso insieme a una bella dose di veleno.
La prima impressione è quella di trovarsi davanti a una band che conosce perfettamente il valore della provocazione. Ma fermarsi alla provocazione sarebbe riduttivo. Dietro titoli volutamente irriverenti, battute pesanti e situazioni portate all’eccesso c’è una precisa volontà di mettere in discussione tutto ciò che viene imposto come indiscutibile. Gli Sfregio non fanno sconti e, cosa ancora più interessante, non costruiscono un bersaglio unico: il dito viene puntato in tutte le direzioni.
La macchina musicale gira a pieno regime. Chitarre aggressive, ritmiche serrate, accelerazioni e una costruzione dei pezzi che privilegia l’impatto immediato. Il thrash degli Sfregio non ha bisogno di troppi ornamenti: deve colpire, accompagnare la voce e lasciare il segno. La musica procede con la stessa arroganza dei testi, alternando velocità e momenti nei quali la band decide di togliere il piede dall’acceleratore.
È proprio in queste aperture che “Non credo” mostra un volto meno prevedibile. “Salmo 119” rappresenta una delle deviazioni più interessanti del percorso. La componente melodica prende spazio e il contrasto tra il riferimento biblico e la disillusione del mondo contemporaneo produce un effetto tutt’altro che banale. Il brano non sembra interessato a fornire risposte: preferisce lasciare qualche domanda sul tavolo. “Fino A Che Son Vivo” segue una direzione altrettanto personale e porta in primo piano il tema della libertà individuale. Vivere secondo la propria coscienza diventa qui una dichiarazione d’intenti, lontana da dogmi e prescrizioni. Una posizione che acquista ancora più peso proprio perché inserita all’interno di un album che passa buona parte del proprio tempo a prendere a martellate le certezze altrui.
Poi c’è “Burqua Ma Donna”, titolo che già da solo potrebbe far partire una discussione prima ancora che parta il riff. La band usa l’ironia per affrontare una questione molto più complessa: la condizione femminile, il velo, la libertà di scelta e soprattutto le contraddizioni di una società che spesso giudica ciò che accade altrove senza guardare abbastanza attentamente ciò che succede al proprio interno. Femminicidio, superficialità e comunicazione social entrano così nello stesso calderone. Con “Dio Pop” gli Sfregio cambiano prospettiva e trasformano la figura di Cristo nella più grande popstar della storia. L’idea è semplice e proprio per questo funziona: cosa sarebbe successo se il cristianesimo fosse stato trattato come una gigantesca macchina mediatica? La Bibbia è uno dei libri più tradotti e diffusi della storia e il brano gioca proprio sul cortocircuito fra fede, culto dell’immagine e spettacolarizzazione.
“Jesus Crue”, “Om Jai Gange Mata”, “Belzebù” e “Non credo” proseguono questa galleria di bersagli con approcci differenti. Fanatismo, istituzioni, conformismo, religione trasformata in spettacolo e persino l’anticristianesimo da posa vengono messi sotto osservazione. La cosa curiosa è che gli Sfregio non sembrano interessati a costruire una comoda contrapposizione tra buoni e cattivi. Se pensi di essere al sicuro perché non appartieni alla categoria presa di mira nel brano precedente, probabilmente il prossimo pezzo avrà qualcosa da dire anche a te.
È questo continuo spostamento del bersaglio a rendere il disco più interessante di quanto possa suggerire la sua scorza. “Battezzata, go!” introduce infatti un altro elemento: quello dei giudizi che possono marchiare una persona e seguirla nel corso della vita. Qui la provocazione lascia intravedere una riflessione sulla libertà personale e sul peso delle definizioni che gli altri decidono di appiccicarci addosso. Il filo conduttore resta quindi la libertà. Non soltanto la libertà religiosa, ma quella più ampia di scegliere, dubitare, cambiare idea e soprattutto rifiutare chi pretende di possedere una verità valida per tutti. “Non credo” può essere letto proprio in questa maniera. Il titolo non deve necessariamente essere interpretato come una semplice dichiarazione contro Dio o contro la religione. Può diventare qualcosa di più universale: non credo a chi mi dice che non posso fare domande. Non credo a chi pretende di avere sempre ragione. Non credo a chi trasforma le proprie convinzioni in una legge per gli altri. Ed è qui che il disco trova il suo punto più interessante. Gli Sfregio utilizzano il linguaggio del thrash nella sua forma più irriverente: velocità, aggressività, sarcasmo e una buona dose di cattiveria. Ma sotto la superficie rumorosa emerge una domanda molto più seria: quanto siamo realmente liberi quando lasciamo che siano gli altri a stabilire cosa dobbiamo pensare?
Musicalmente il disco non cerca rivoluzioni, e non è questo il suo compito. La forza sta nell’uso diretto degli strumenti e nella capacità di costruire pezzi che funzionano come piccole bombe a tempo. I riff fanno il loro lavoro, la batteria spinge, le voci entrano senza bussare e i testi fanno il resto. È un approccio che appartiene a una certa scuola di metal in cui il messaggio non viene nascosto dietro metafore incomprensibili. Gli Sfregio preferiscono il linguaggio della strada, quello che può far ridere durante una serata tra amici e cinque minuti dopo far partire una discussione decisamente meno allegra.
“Non credo” non cerca l’approvazione dell’ascoltatore. Cerca la sua reazione. E forse è proprio questa la sua carta migliore. In tempi nei quali anche la ribellione rischia di diventare una posa, gli Sfregio provano a riportare il concetto alla sua forma più elementare: prendere una chitarra, alzare il volume e dire apertamente ciò che pensano. Il risultato è ruvido, sarcastico, irriverente e volutamente scomodo. Esattamente come dovrebbe essere un disco che ha scelto di chiamarsi “Non credo”.
Tracklist:
1. Battezzata, go!
2. Ramadan
3. Salmo 119
4. Burqa ma donna
5. Dio Pop
6. Om Jay Gange Mata
7. Jesus Crüe
8. Fino a che son vivo
9. Non credo
10. Belzebù
Lineup:
Seth: voce e chitarra
Doctor Rock: chitarra
Grinder: basso
Ylme: batteria





