DRAMANDUHR (Intervista)

1 – Ciao e benvenuto, Stefano! Presenta il tuo nuovo album spiegandoci anche cosa significa il titolo “Vertuhn”.
Grazie mille per l’invito, è un piacere parlarne! “Vertuhn” riprende esattamente da dove si era concluso Tramohr: è il secondo capitolo di uno stesso percorso iniziatico. Se il primo disco era la stretta di mano con il mondo, il battesimo, la presentazione dell’universo sonoro di Dramanduhr, Vertuhn rappresenta invece la crescita attraverso l’oscurità. È il momento della discesa nel buio, il passaggio notturno in cui l’identità si sfalda per poi poter essere ricostruita, magari in una nuova forma. Dove Tramohr era rosso come la lava, caldo e rituale, Vertuhn è freddo, notturno, blu profondo. Parla dell’inverno dell’anima, del silenzio che segue il fragore del primo risveglio. Anche la copertina riflette questa transizione: da un paesaggio vulcanico quasi tribale si passa a un tempio oscuro, circondato da figure incappucciate che sembrano partecipare a un rito di passaggio. Il titolo Vertuhn è anche il nome dell’ultimo brano in scaletta, e come molte parole del mio universo sonoro, non ha un significato razionale: proviene dal Dahrmonium, la lingua glossolalica che ho creato per Dramanduhr. Tuttavia, in italiano, richiama foneticamente “inverno” e “autunno” — due stagioni di passaggio e decadenza — e questa suggestione è perfettamente coerente con il contenuto simbolico del disco.
2 – Possiamo fare un breve riassunto della tua carriera evidenziando i momenti cruciali e più importanti che ti hanno portato fino alla realizzazione di “Vertuhn”?
Se dovessi descrivermi come musicista, direi che sono tutto tranne che un musicista metal. Non provengo da quel mondo: ci sono arrivato un po’ per caso, o meglio, mi ci sono ritrovato. E poi, col tempo, ci ho preso gusto. Per la gran parte della mia carriera ho lavorato come producer e cantautore nell’ambito indie pop, con un forte imprinting melodico e un background legato al brit e irish pop, all’elettronica leggera, alla canzone d’autore. Ho sempre avuto un approccio intimo e narrativo alla musica, ma ad un certo punto qualcosa è cambiato. L’incontro con Dramanduhr è stato una deviazione, sì — ma forse era necessaria. Ho capito che se volevo davvero dare spazio agli impulsi creativi più viscerali e simbolici che sentivo emergere dentro di me, dovevo espandere la mia identità artistica, rompere le forme, sporcare il suono. Dramanduhr è nato così: come un’esplorazione quasi medianica, come un progetto in cui la musica diventava rito, visione, evocazione. Vertuhn rappresenta una tappa cruciale di questo percorso, perché segna il consolidamento di questa identità nuova. Un’identità che si è staccata dalle mie radici musicali più consuete per seguire qualcosa di più oscuro, più profondo, più simbolico. Non rinnego ciò che ascolto — continuo ad amare il pop, il rock inglese, la musica cinematica — ma Vertuhn è la prova che posso abitare anche altri mondi, più remoti, più arcaici, più notturni.
3 – Come sta andando questo nuovo album a livello di pareri di critica e pubblico.
Devo dire che Vertuhn sta ricevendo risposte molto intense, anche più di quanto immaginassi. Il secondo album è sempre una scommessa perché si corre il rischio di ripetere il primo senza più l’elemento sorpresa. Tuttavia, dal punto di vista della critica, chi ha già ascoltato l’album ne ha colto la coerenza concettuale e la forza evocativa. Alcuni lo definiscono un viaggio sonoro oscuro ma affascinante, un’esperienza immersiva che non si limita alla musica ma coinvolge anche l’immaginario visivo, la simbologia e l’invenzione linguistica del Dahrmonium. C’è chi ha parlato di “rituale sonoro”, chi di “cinema interiore” – e per me sono complimenti enormi, perché è proprio ciò che volevo trasmettere: una soglia da attraversare. Per quanto riguarda il pubblico, la risposta è più sotterranea, ma molto sentita. Dramanduhr non è un progetto di massa, e non vuole esserlo: è pensato per chi cerca qualcosa di diverso, di non immediato. Però chi entra in questo mondo spesso ne rimane toccato profondamente. Ho ricevuto messaggi da ascoltatori che hanno vissuto l’album come un rito personale, come se parlasse a una parte nascosta di sé. In definitiva, Vertuhn non è un disco che si ascolta in sottofondo: chiede attenzione, ma restituisce visione. E chi decide di attraversarlo, solitamente, non se ne pente.
4 – Come definiresti lo stile musicale che proponi nel 2025? Pensi che il tempo abbia portato delle novità nel sound di Dramanduhr, e quali?
Non credo che la musica di Dramanduhr abbia un’età, né che possa essere ricondotta a una moda o a una stagione sonora specifica. È una musica fuori dal tempo, o meglio: una musica che cerca di evocare il tempo originario, quello mitico, quello rituale. Se dovessi riascoltarla tra dieci, venti o trent’anni, sono convinto che suonerebbe ancora presente, come se provenisse da un altrove che non invecchia. Lo stile di Dramanduhr è ibrido e fluido: potrei definirlo una sorta di folk esoterico mediterraneo, con elementi di dark ambient, tribalismo, musica cerimoniale e world music immaginaria con un pizzico di elettronica qua e la! È uno stile che si costruisce più sul simbolo che sul genere. Ogni suono è scelto per la sua carica evocativa, non per seguire un’estetica o una tendenza. Detto questo, rispetto al primo album Tramohr, in Vertuhn c’è un’evoluzione chiara: il suono è diventato più oscuro e complesso. Le percussioni sono più pulsanti, la parte elettronica è più presente, i brani sono spesso più strutturati. Ma il cuore è lo stesso: costruire un’esperienza sonora immersiva, quasi sacra, in cui chi ascolta non trova semplicemente delle canzoni, ma dei varchi, dei rituali, dei paesaggi interiori.
5 – Parliamo un po’ dei testi di questo album, sempre che sia possibile!
In verità, no… non è possibile. I testi di Vertuhn sono scritti in glossolalia, una lingua inventata che chiamo Dahrmonium. Non seguono una logica semantica riconoscibile, né vogliono “dire” qualcosa nel senso tradizionale del termine. E questo è profondamente voluto. Sono stanco della musica come veicolo obbligato di messaggi, di significati da decifrare, di dichiarazioni personali trasformate in bandiere. La maggior parte dei testi che ascoltiamo, anche nei generi più vari, sono espressioni cicliche degli stessi temi: dolore, lamento, ribellione, nostalgia, amore, perdita… e qualche rara gioia. Ma il punto è che il messaggio si è fatto ridondante, e non può che esserlo: perché l’esperienza umana, per quanto aspiri al progresso, tende a ripetere sempre le stesse dinamiche, gli stessi errori, le stesse emozioni travestite da forme nuove. Viviamo nella cronaca di noi stessi: raccontiamo i nostri giorni, le nostre delusioni, le nostre epifanie. Ci compiaciamo delle nostre passioni e le sublimiamo in canzoni o poesie. Non c’è nulla di sbagliato in questo — ma io, con Dramanduhr, voglio fare altro. Credo che il vero potere della musica stia nella vibrazione, nella melodia, nel suono che agisce al di là del significato. Una voce può toccarti l’anima anche senza parole. Una lingua sconosciuta può evocare più immagini interiori di mille versi perfettamente scritti. Il Dahrmonium nasce da questa esigenza: liberare il suono dalla gabbia del senso e restituirgli un potere più primordiale, più simbolico, più arcaico. Non è più un testo, è un richiamo. In questo senso, Vertuhn è un’esperienza pre-verbale e post-verbale allo stesso tempo. Non chiede di essere capita, ma sentita.
6 – Pensi che il sound di Dramanduhr cambierà molto in futuro o seguirai le coordinate tracciate da questo album?
Credo che la firma primordiale di Dramanduhr ci sarà sempre. Quel nucleo viscerale e rituale, quell’impronta esoterica e visionaria che caratterizza il progetto sin dall’inizio, non verrà mai meno. È l’anima stessa di Dramanduhr, ed è ciò che lo distingue. Detto questo, Dramanduhr non può restare fermo. Sente un obbligo artistico, quasi etico, a muoversi, mutare, esplorare. Non per inseguire una novità fine a sé stessa, ma per continuare a cercare quel punto invisibile in cui suono, emozione e simbolo si fondono in qualcosa di davvero vivo. Personalmente, sono molto attratto dalla melodia, e mi affascina l’idea di unire dolcezza e violenza sonora. In questo momento sto cercando — forse in modo ancora istintivo — un punto di congiunzione tra il mondo del metal e quello della melodia più accessibile, comprensibile da chiunque ami ascoltare con curiosità e apertura, anche senza essere parte di una “scena” precisa. Il futuro di Dramanduhr, quindi, sarà sicuramente in evoluzione. Ma sarà sempre radicato nel mistero, in quella tensione primitiva che lo ha fatto nascere.
7 – Qual è, secondo te, un tuo tipico ascoltatore?
Chiunque sia curioso e sappia ascoltare la musica con orecchio affamato di cose non convenzionali. Direi che il mio ascoltatore ideale non si definisce per genere musicale, età o appartenenza a una scena specifica. È, piuttosto, una persona curiosa, con un orecchio affamato di esperienze sonore non convenzionali. Chi ascolta Dramanduhr di solito non cerca una “canzone” nel senso classico, ma un viaggio. È qualcuno che ha voglia di perdersi dentro un mondo diverso, che non ha paura del mistero, del simbolico, del suono che parla anche senza parole. È un ascoltatore che ama immergersi, lasciarsi attraversare, e che forse ha capito — o sospetta — che la musica può ancora essere una soglia, un rituale, una trasformazione. Può essere un fan del metal, del folk arcaico, della dark ambient, dell’elettronica rituale, o di tutto questo insieme — ma soprattutto è qualcuno che non ascolta solo con le orecchie, ma anche con il corpo e l’immaginazione. Dramanduhr parla a chi si sente straniero nel proprio tempo, a chi cerca nella musica un’eco di qualcosa di antico, oppure di totalmente nuovo. A chi è disposto a entrare in un paesaggio sonoro come si entra in un sogno, senza avere bisogno di spiegazioni immediate.
8 – Quali sono le tue influenze musicali e che peso hanno nella tua musica?
Anche se alcune influenze provengono dal Nord Europa, il cuore sonoro di Dramanduhr resta profondamente radicato nel Sud, nel Mediterraneo. È da lì che parte tutto. È quel mondo fatto di isole, coste, scogli, deserti, lingue antiche e culti dimenticati che alimenta l’immaginario musicale e spirituale del progetto. Dal Nord ho assorbito solo alcune forme: la compattezza industriale dei Rammstein, l’estetica malinconica e romantica degli HIM, l’uso combinato di chitarre acustiche e distorte, il senso di potenza oscura e cerimoniale. Ma questi elementi vengono subito rifusi in un contesto molto più antico e meridionale, come se fossero voci lontane che si perdono tra le pietre del Sud. Il vero fuoco di Dramanduhr arde nelle sonorità del flamenco, della musica araba, delle melodie siciliane e del sud Italia in generale, che portano con sé il peso di secoli di incroci culturali. La Grecia arcaica, Rodi — terra natia di mio nonno— e il Nord Africa sono i punti cardinali invisibili che orientano il mio suono. Nel singolo Deh Rundertax, uscito qualche mese fa ad esempio, ho inserito una versione folk di Tah Loh Rehn Kilt con un’introduzione che richiama direttamente “Luna Rossa” nella versione di Renzo Arbore: un ponte tra la ritualità e romanticismo popolare. Il mondo sonoro di Dramanduhr è lo stesso in cui si muoveva Ulisse: un arcipelago mitologico fatto di approdi temporanei, lingue perdute, dèi nascosti tra le onde e portali aperti nel vento. Non appartiene a un genere, ma a un paesaggio interiore e spirituale, che ha la sabbia sotto i piedi e il sale sulle labbra.
9 – Suoni dal vivo con Dramanduhr e hai qualcosa in programma in questo senso?
Per adesso no, Dramanduhr è concepito come un’esperienza da studio, quasi un rituale privato, una costruzione sonora intima e stratificata che nasce nel silenzio e si sviluppa come un viaggio interiore. Lavoro molto sull’equilibrio tra suono, voce e simbolo, e al momento questo equilibrio trova la sua forma più autentica proprio nella dimensione dello studio, dove ogni dettaglio può essere scolpito con attenzione quasi liturgica. Detto questo, non escludo affatto che in futuro Dramanduhr possa prendere forma dal vivo. Ma se accadrà, non sarà un concerto nel senso classico del termine. Da sempre immagino uno spettacolo che si avvicini più a una rappresentazione sacra, a una tragedia greca o all’opera, qualcosa che unisca teatro, suono, luce e gesto rituale. Un evento immersivo, quasi iniziatico, dove il pubblico non assiste soltanto, ma entra in un’energia condivisa, quasi come in un culto dimenticato. Mi piacerebbe lavorare con performer, danzatori, scultori di luce… creare un palcoscenico che sembri un tempio o una rovina viva. Non un’esibizione, ma una soglia collettiva da attraversare. Per ora tutto questo è ancora in forma embrionale, ma è una visione che mi accompagna da tempo. E chissà, magari sarà proprio Vertuhn a preparare il terreno per farla accadere. Grazie a voi per lo spazio e per l’ascolto profondo. È sempre un onore poter raccontare un progetto come Dramanduhr, che vive fuori dalle logiche del mercato e dentro quelle del simbolo, del rito, del viaggio interiore. Invito chiunque sia curioso, chi sente il richiamo di qualcosa di diverso, oscuro e ancestrale, ad ascoltare Vertuhn, disponibile su tutti i digital stores e in versione CD e digitale su Bandcamp. Grazie per avermi accompagnato fin qui.





