INFECTION CODE “De Reptilium Arcanis” (Recensione)

Full-length, Nadir Music (2026)
C’è un momento, nella vita di una band, in cui puoi scegliere se sederti comodamente sul proprio catalogo, lucidare le vecchie medaglie e ripetere la formula fino alla pensione, oppure aprire la gabbia, liberare il mostro e vedere cosa succede. Gli Infection Code appartengono decisamente alla seconda categoria. A un solo anno da Culto, i piemontesi tornano con De Reptilium Arcanis, undicesimo album sulla lunga distanza, e lo fanno con quella stessa ostinazione da animali sopravvissuti a ogni catastrofe che li accompagna ormai da una carriera cominciata nel 1999. Ma stavolta c’è qualcosa di diverso nell’aria, qualcosa che puzza di palude, metallo arrugginito e benzina bruciata: il ritorno alla chitarra di Massimo “Macha” Accornero, già presente alle origini della band e sul debutto Life Continuity Point, riporta infatti gli Infection Code verso una dimensione più nervosa, groovy, rumorosa e crossover, recuperando parte dello spirito degli esordi senza rinunciare alla brutalità estrema conquistata negli anni. E diciamolo subito: questo è un disco che funziona, proprio perché non ha nessuna intenzione di chiedere il permesso.
De Reptilium Arcanis non è il classico album metal che parte, pesta, rallenta, pesta di nuovo e arriva alla fine come un camion che ha finito il carburante. Qui c’è una sensazione costante di instabilità, come se sotto la superficie delle canzoni qualcosa stesse strisciando. È industrial, è metal estremo, è noise, è crossover, è groove e in certi momenti sembra persino che una creatura uscita da un laboratorio degli anni Novanta abbia deciso di mangiarsi Neurosis, Ministry, Fear Factory, Pantera e una buona dose di follia italiana prima di entrare in studio. Non è un disco elegante. È un disco che puzza. E questa è una cosa buona. Il basso di Andrea Rasore è enorme, sporco e sorprendentemente presente, la batteria di Riky Porzio continua a essere una macchina da guerra con il vizio di trovare il colpo giusto anche quando tutto intorno sembra sul punto di esplodere, mentre la chitarra di Accornero aggiunge una dimensione più colorata e meno rigidamente thrash-death rispetto ad alcune incarnazioni recenti della band, riuscendo perfino a infilare aperture melodiche ed epiche dentro questo pantano di distorsioni e malattia. E poi c’è Gabriele Oltracqua, che continua a cantare come se qualcuno gli avesse appena comunicato la fine del mondo e lui avesse deciso di rispondere urlando ancora più forte. La sua voce è uno degli elementi che rendono immediatamente riconoscibile il Codice: ringhi, urla, vocalizzi deformati e improvvise aperture contribuiscono a creare quella sensazione di disagio permanente che attraversa tutto il disco. La produzione di Tommy Talamanca, realizzata ai Nadir Music Studios, mantiene un equilibrio tutt’altro che facile: il suono è moderno e definito, ma non sterilizzato, potente ma ancora sporco, chirurgico ma sufficientemente umano da non trasformare la band in una macchina da produzione industriale. E proprio la componente industriale torna a farsi sentire con maggiore prepotenza, non come semplice decorazione, ma come parte del DNA del disco. De Reptilium Arcanis sembra infatti un ritorno a una fase più sperimentale della band, ma senza voler ripetere pedissequamente il passato.
È come se gli Infection Code avessero aperto il vecchio archivio, recuperato alcuni dei loro mostri preferiti e deciso di sottoporli a un trattamento di chirurgia moderna. Il risultato è più compatto, più breve e più concentrato: sei tracce per meno di trenta minuti. Una scelta che, nel panorama attuale dei dischi che sembrano avere la durata di una telefonata intercontinentale, è quasi rivoluzionaria. Qui non c’è tempo per riempitivi: il disco arriva, ti prende per il collo e dopo mezz’ora se ne va lasciandoti il pavimento pieno di denti. Pater Serpentium apre le danze come una specie di rito preparatorio, quasi il portale d’ingresso verso questo bestiario industriale. È breve, ma sufficiente a mettere in chiaro che stavolta il groove ha ripreso il volante. Mater Vermium aumenta la pressione e comincia a mostrare quanto sia interessante il nuovo equilibrio tra brutalità e costruzione melodica, mentre False Messiah Squad rappresenta uno dei pezzi più ambiziosi del lotto: oltre sette minuti nei quali gli Infection Code possono permettersi di cambiare pelle più volte, arrivando persino a lasciare spazio a rumori ed effetti che trasformano la conclusione in una specie di trasmissione captata da una radio proveniente dall’inferno.
Ma è con Fermi Paradox che il disco tira fuori una delle sue carte migliori. Qui gli Infection Code rinunciano alla necessità di esplodere continuamente e costruiscono invece un’atmosfera tribalistica, straniante, quasi rituale, come se il mostro che stavamo aspettando avesse deciso di non saltarci addosso ma di fissarci da lontano. È una scelta intelligente, perché dimostra che la band sa creare tensione anche quando non sta semplicemente schiacciando l’acceleratore. World Eating Queen, scelto anche come singolo, continua su coordinate più immediate ma senza diventare prevedibile: niente corsa alla velocità tanto per fare casino, bensì riff ipnotici, melodie oblique, nebbia sonora e quella vena schizoide che rende il brano uno degli episodi più accessibili senza privarlo della sua natura malata. E quando arriva King Among Insects, il cerchio si chiude con una dimensione più epica e decadente, quasi sorprendente per una band abituata a muoversi con i piedi immersi nel cemento industriale. Persino certe aperture vocali e melodiche possono far pensare ai Paradise Lost, ma filtrate attraverso la personalità malata e abrasiva degli Infection Code. Il titolo stesso, De Reptilium Arcanis, evoca un universo di creature, simboli e forze sotterranee, e la copertina rettiliana e quasi cthuloide completa perfettamente questa sensazione. Qui non siamo davanti a un concept album didascalico, ma a una sorta di bestiario sonoro nel quale serpenti, vermi, falsi messia, regine divoratrici di mondi e insetti sovrani diventano metafore di potere, degenerazione, controllo e sopravvivenza.
Anche i titoli sembrano usciti da un grimorio scritto da un metallaro che ha passato troppo tempo in una fabbrica abbandonata. Ed è proprio questo immaginario a rendere De Reptilium Arcanis qualcosa di più di un semplice esercizio di stile. Gli Infection Code non hanno mai avuto interesse a suonare rassicuranti, e nemmeno questa volta fanno sconti. La loro musica non vuole accompagnarti: vuole inseguirti. Il punto interessante è che il ritorno di Accornero non si traduce in un semplice nostalgico ritorno alle origini. La band non si mette a rifare Life Continuity Point con strumenti nuovi e produzione moderna; piuttosto recupera quella componente groovy, industriale, rumoristica e crossover e la inserisce dentro il percorso estremo sviluppato negli ultimi anni. È una mutazione, non un ritorno al passato. E qui arriviamo al vero punto di forza del disco: gli Infection Code sanno ancora mutare pelle. Quando una band arriva all’undicesimo album e continua a cambiare formazione, linguaggio e direzione senza perdere il proprio marchio, significa che sotto la superficie c’è qualcosa di più profondo della semplice formula musicale.
Certo, De Reptilium Arcanis non è un disco per tutti. La densità sonora, le stratificazioni, le improvvise deviazioni e l’assenza di una vera volontà di rendere tutto immediatamente digeribile possono tenere lontano chi cerca il ritornello da urlare in macchina. Ma sarebbe come lamentarsi perché un film horror non contiene abbastanza scene romantiche. Gli Infection Code non sono qui per fare compagnia. Sono qui per creare pressione. E sotto questo punto di vista il disco centra il bersaglio. Se proprio dobbiamo trovare un difetto, è che qualche passaggio avrebbe potuto lasciare un segno ancora più indelebile se la band avesse osato spingere maggiormente sulla varietà e sulla memorabilità di alcuni riff. Ma la durata ridotta gioca a loro favore: quando il muro sonoro potrebbe iniziare a stancare, il disco è già finito. È una scelta intelligente, perché De Reptilium Arcanis sembra sapere perfettamente quanto tempo deve rimanere nella stanza prima che l’odore diventi insopportabile. E quando l’ultima nota si spegne, rimane quella sensazione di aver appena attraversato un tunnel pieno di macchinari guasti, insetti giganti e creature che non avresti voluto incontrare al buio.
Gli Infection Code continuano quindi a dimostrare di essere una delle realtà più interessanti e ostinate del metal estremo italiano, non perché abbiano trovato una formula definitiva, ma esattamente per il motivo contrario: continuano a romperla. De Reptilium Arcanis è sporco, nervoso, industriale, groovy, disturbante e a tratti sorprendentemente melodico; recupera qualcosa del passato senza trasformarsi in una celebrazione nostalgica e soprattutto conferma che questa band non ha alcuna intenzione di marcire comodamente dentro la propria leggenda.
È un disco breve, cattivo e concentrato, uno di quei lavori che non hanno bisogno di quaranta tracce per dimostrare di avere ancora qualcosa da dire. Non è musica da salotto. Non è musica da sottofondo. Non è musica per chi vuole sentirsi tranquillo. È il suono di quattro tizi che hanno aperto una porta sbagliata e, invece di richiuderla, hanno deciso di registrare quello che c’era dall’altra parte. E francamente, nel 2026, di dischi così ce n’è ancora dannatamente bisogno.
AngelOfDeath71
1. Pater Serpentium
2. Mater Vermium
3. False Messiah Squad
4. Fermi Paradox – The Nameless Mist
5. World Eating Queen
6. King Among Insects
Riky Porzio – Drums
Massimo Accornero – Guitars
Gabriele Oltracqua – Vocals
Andrea Rasore – Bass





