WHATAFUCK “All My Faces” (Recensione)

Full-length, Supernova Records (2026)

Signore e signori, mettete da parte per un momento il metal da salotto, quello educato, pettinato e sterilizzato, perché qui arrivano gli Whatafuck e il loro All My Faces, terzo capitolo della band triestina, pubblicato nel 2026 da Supernova Records, e lo fanno con il tipo di atteggiamento che ci piace: maschere sul volto, identità nascoste, chitarre pesanti e un groove che non si limita a bussare alla porta, ma la sfonda direttamente con un calcio. Diciamolo subito, senza inutili giri di parole: questo disco mi è piaciuto, e mi è piaciuto soprattutto perché riesce a risvegliare quella bestia che molti di noi avevano lasciato sepolta sotto tonnellate di produzioni moderne, ovvero il fantasma del nu metal degli anni ’90, quello più ruvido, fisico, nervoso e metropolitano, quando il metal aveva ancora voglia di sporcarsi le mani mescolando riff sincopati, groove, rabbia, melodia, elettronica e attitudine urban.

I Whatafuck non inventano certamente la ruota, ma prendono una ruota già bella grossa, la ricoprono di chiodi e la fanno rotolare addosso all’ascoltatore. All My Faces vive infatti di un alternative metal muscolare nel quale convivono heavy, nu metal, industrial e groove, con una componente melodica che impedisce al tutto di trasformarsi in una semplice gara a chi pesta più forte. Il riferimento agli anni ’90 non è soltanto una questione estetica: si sente nella costruzione dei brani, nella centralità del riff, nelle ritmiche pesanti e spezzate, nell’alternanza tra voce aggressiva e aperture melodiche, in quella filosofia secondo cui una canzone deve prima di tutto avere un’identità e riuscire a stamparsi nel cervello. Gli echi di Biohazard, Soulfly, Machine Head, Slipknot e Static-X sono evidenti, mentre sul versante melodico si affacciano Linkin Park e Godsmack, con una spruzzata di atmosfere più fredde e inquietanti che può ricordare persino i Depeche Mode.

E proprio qui sta uno dei meriti del disco: i Whatafuck non sembrano interessati a dimostrare quanto velocemente sappiano suonare, ma a dimostrare quanto efficacemente sappiano far pesare un riff. Le chitarre non devono fare le acrobazie, devono colpire, trascinare, creare movimento; devono avere quel peso specifico che trasforma una semplice sequenza di note in qualcosa che senti nello stomaco. È una filosofia vecchia quanto il groove metal, ma ancora dannatamente efficace. Kiss Of Keratis, già presentata come singolo, è una delle fotografie più nitide di questa attitudine: poco più di tre minuti nei quali immediatezza, aggressività e groove vengono compressi come una lattina sotto un camion, senza perdersi in inutili complicazioni. È un pezzo che punta dritto alla giugulare e dimostra come la band sappia costruire brani accessibili senza trasformarli in innocui prodotti da supermercato.

Never Give Up segue una traiettoria simile, ma il suo messaggio assume una sfumatura più oscura: niente motivazionalismo da poster da cameretta, qui resistere significa stringere i denti quando tutto intorno sembra andare a puttane, continuare a camminare mentre il terreno cede sotto i piedi. E poi ci sono Point Of No Return, Dead Inside, Rage Of My Memory e Inside My Space, titoli che sembrano usciti direttamente da una stanza mentale illuminata da un neon malfunzionante, dove alienazione, memoria, rabbia, isolamento e conflitto interiore si prendono a pugni contro le pareti. Il vero centro dell’album è naturalmente la title track, All My Faces, perché il concetto delle molte facce che mostriamo al mondo si incastra alla perfezione con l’estetica stessa della band: la maschera come identità, la maschera come protezione, la maschera come prigione. I Whatafuck costruiscono così un album che non sembra voler raccontare una storia lineare, quanto piuttosto mettere in fila una serie di stati mentali, versioni diverse dello stesso individuo, contraddizioni e fantasmi personali. E quando la musica è costruita su riff pesanti e atmosfere cupe, il concetto funziona ancora meglio. Interessante anche Religion And Godz, con Marco Calabrese, che allarga il discorso oltre la dimensione individuale e porta in campo religione, fede e autorità, introducendo un confronto tra l’individuo e quelle forze esterne che cercano continuamente di stabilire chi siamo, cosa dobbiamo pensare e quale faccia dobbiamo indossare. Musicalmente, però, è il rapporto tra pesantezza e melodia a rappresentare una delle armi migliori del disco: gli Whatafuck possono pestare come fabbri inferociti e, un attimo dopo, aprire la porta a un ritornello capace di rimanere in testa. È qui che il collegamento con il nu metal anni ’90 diventa ancora più evidente, perché quella scena aveva capito perfettamente che il riff più devastante del mondo serve a poco se non sai trasformarlo in una canzone. Il problema, naturalmente, è anche il rovescio della medaglia: quando giochi con riferimenti così ingombranti, il rischio di essere riconosciuto prima per le tue influenze e poi per la tua personalità è enorme. E All My Faces, in alcuni passaggi, non riesce completamente a sfuggire a questa trappola.

A volte sembra di intravedere troppo chiaramente l’ombra di Biohazard, Slipknot, Static-X, Soulfly, Machine Head o Linkin Park dietro le quinte. Non è un peccato mortale, ma è il punto sul quale gli Whatafuck dovranno lavorare se vogliono trasformare una buona formula in una firma inconfondibile. Perché il vero salto di qualità arriverà quando un riff non farà più pensare “qui sento questo, qui sento quello”, ma farà semplicemente pensare: questi sono gli Whatafuck. Eppure la band possiede già qualcosa che molti progetti tecnicamente impeccabili non hanno: un immaginario. Le maschere, l’anonimato, il lato oscuro, l’approccio urbano e le tematiche legate all’identità costruiscono un mondo riconoscibile e coerente. Stronger Than God del 2021 e My Nightmares del 2023 avevano già tracciato la strada, mentre All My Faces sembra voler stringere ulteriormente il tiro, rendendo il linguaggio più compatto, diretto e immediato. E questa è probabilmente la direzione giusta. Non abbiamo davanti un disco progressivo, non abbiamo virtuosismi messi lì per far brillare il curriculum dei musicisti e non abbiamo bisogno di passare tre ascolti con la lente d’ingrandimento per capire cosa vogliono fare: gli Whatafuck vogliono far muovere la testa, far pompare il basso, far urlare la voce e lasciare qualcosa nella memoria. E ci riescono. All My Faces non è rivoluzionario, non cambierà la storia del metal e non pretende nemmeno di farlo. Ma nel 2026 avere una band capace di recuperare l’attitudine più fisica e sporca del nu metal anni ’90, mescolarla con groove metal, industrial e alternative e darle un’identità visiva così precisa non è affatto poco. Il disco ha qualche cicatrice, qualche influenza troppo evidente e qualche passaggio nel quale la personalità potrebbe mordere ancora più forte, ma ha soprattutto una qualità fondamentale: è vivo. È un album che non vuole chiedere permesso, non vuole piacere a tutti e soprattutto non vuole nascondere le proprie radici.

Gli Whatafuck prendono il DNA di una stagione che molti considerano ormai sepolta, lo trascinano fuori dalla tomba, gli danno una bella dose di corrente e lo rispediscono nel 2026 con una maschera sul volto. Se amate il metal che cammina sul confine tra rabbia e melodia, se avete ancora nostalgia dei riff nu metal anni ’90, se Biohazard, Soulfly, Static-X e Slipknot vi fanno ancora drizzare le antenne e se pensate che un buon riff debba prima di tutto avere le palle, allora All My Faces merita un giro nello stereo. Non è un disco perfetto, non è un disco rivoluzionario e non è nemmeno completamente libero dalle proprie influenze, ma è un lavoro solido, cattivo, melodico e soprattutto sincero nella propria identità. Gli Whatafuck non hanno inventato un nuovo genere: hanno preso una vecchia arma, l’hanno ripulita, l’hanno caricata e hanno premuto il grilletto. E cazzo, spara ancora.

AngelOfDeath71

Tracklist:
1. Introspective
2. Never Give Up
3. Point of No Return
4. Kiss of Keratis
5. All My Faces
6. I Will Be the One
7. Dead Inside
8. Android (bonus track)
9. Rage of My Memory
10. Religion and Godz (feat. Marco Calabrese)
11. Inside My Space

 

 

You may also like