DICK VAN DER HEIJDE (Intervista)

Dopo aver raccontato la genesi di Locked-In, Dick van der Heijde approfondisce il significato umano e artistico del progetto in questa intervista. Il musicista olandese riflette sulla speranza, sul ruolo rivoluzionario dell’intelligenza artificiale nel suo ritorno alla composizione, sul sostegno ricevuto dalla famiglia e sull’ambizione di un percorso creativo appena iniziato. Ne emerge il ritratto di un artista che, nonostante le enormi difficoltà imposte dalla sindrome Locked-In, continua a guardare al futuro con determinazione e passione.

1. La tua storia è diventata un simbolo di determinazione. Ti riconosci in questa definizione?
Assolutamente sì. Se permetti agli altri di calpestarti, non arriverai da nessuna parte. Sono una persona che ha bisogno di fissarsi degli obiettivi e raggiungerli. Ma non si tratta solo di me: desidero anche essere utile agli altri. Quando ho sviluppato la sindrome Locked-In, c’erano pochissime persone conosciute dal grande pubblico con la mia stessa condizione e, per la mia famiglia, non è stato affatto facile. Vorrei contribuire a cambiare questa situazione.

2. Quanto è stato importante trovare un nuovo modo di esprimerti attraverso la musica?
Per anni non ci sono riuscito. Ascoltare la musica della nostra vecchia band era spesso molto frustrante. Dal momento che non posso muovere gli occhi lateralmente, i tradizionali dispositivi di comunicazione, e tanto meno i software per la produzione musicale, non erano realmente un’opzione. L’arrivo dell’intelligenza artificiale ha cambiato tutto. Con l’IA puoi comporre attraverso le parole e, per me, è stato qualcosa di davvero straordinario.

3. Locked-In non parla soltanto di sofferenza, ma anche di speranza. Era questo il messaggio principale che volevi trasmettere?
Se le persone riescono a trovare speranza in questo album, per me è una cosa meravigliosa. È curioso che tu me lo chieda, perché proprio questa settimana mi è stato chiesto di scrivere un capitolo per un libro dedicato alla speranza e alla sindrome Locked-In. Ho realizzato questo album semplicemente per soddisfare il musicista che è in me, ma è incredibilmente gratificante sapere che possa significare qualcosa anche per gli altri.

4. C’è mai stato un momento in cui hai pensato che questo album non sarebbe mai stato completato?
No, quel momento non è mai arrivato. L’unica vera incertezza riguardava l’approvazione della pubblicazione su Spotify. Fortunatamente possiedo un abbonamento a pagamento alla piattaforma di intelligenza artificiale, che garantisce una sorta di “via libera”, anche se non si può mai essere completamente certi.

5. Quale canzone senti più vicina alla persona che sei oggi?
Ce ne sono due che vorrei citare in particolare: Positivity Part Two e Learning Curve. La prima rappresenta la persona che sono oggi, mentre la seconda mi riporta a quella mattina in cui imparai a comunicare sbattendo le palpebre. È stato un momento decisivo che ha cambiato il corso della mia vita.

6. Quanto è stato importante il sostegno delle persone che ti sono state accanto durante questo percorso?
È stato enorme. Nei primi mesi i miei genitori sono rimasti al mio fianco per undici ore al giorno e anche la mia fidanzata di allora era presente molto spesso. Insieme al resto della famiglia e agli amici, mi hanno trasmesso un incredibile senso di sostegno, non solo in quel periodo, ma anche in tutto ciò che è seguito. Poiché vorrei che il mio secondo album raccontasse ciò che è accaduto dopo il ricovero in terapia intensiva, preferisco non rivelare ancora troppi dettagli.

7. Che cosa hai scoperto di te stesso durante la realizzazione di questo album?
Che il musicista che è in me è ancora vivo… molto più di quanto si possa immaginare!

8. Qual è il complimento più bello che un ascoltatore potrebbe farti dopo aver ascoltato Locked-In?
Rob Fisher, recensore di TPA, ha scritto parole che mi hanno profondamente emozionato:
«C’è una differenza fondamentale. L’intelligenza artificiale non ha creato un artista. Ha restituito a un artista il suo potere creativo, gli ha rimesso uno strumento tra le mani e, dopo trent’anni, gli ha ridato la sua voce. “Voglio contare, lasciare una scintilla, essere un fuoco nel buio. Così scrivo le mie parole, inseguo il mio suono.” In questa confessione emotiva non c’è nulla di artificiale. È il risultato di trent’anni di creatività imprigionata e soffocata che finalmente ha trovato una via d’uscita.»

You may also like