DISCORDANCE (Intervista)

Viscere” non è soltanto un nuovo capitolo discografico, ma una vera immersione in una dimensione sonora ed emotiva dove musica, parola e pulsione si intrecciano in modo radicale. Il nuovo EP mostra una band sempre più concentrata sulla ricerca espressiva, capace di fondere struttura e istinto in un equilibrio intenso e personale. In questa intervista il gruppo racconta il processo creativo dietro il disco, il rapporto tra testi e composizione, l’uso dell’italiano e la volontà di trasformare ogni brano in un’esperienza profondamente sensoriale e interiore.

1. Da dove nasce l’esigenza di costruire un disco così compatto e continuo come “Viscere”?
“Viscere” è il risultato di un percorso che è sempre continuato nella nostra esperienza sonora. Abbiamo cercato di creare brani molto focalizzati dal punto di vista del senso musicale, sebbene musicalmente vari, resi ulteriormente compatti dalle metriche vocali e dalla scelta ben precisa di non perdere “il suono che trafigge” con soluzioni divaganti o pesanti da digerire.

2. Quanto è cambiato il vostro modo di scrivere rispetto al passato?
Il modo di scrivere non è cambiato in realtà, è cambiato solo il risultato. Nel senso che si parte dalla chitarra e da lì si costruisce sia la sezione ritmica che quella vocale. Quello che è profondamente mutato è, volendo, tutto il resto: la musica, le note e le armonie hanno colpito duramente lo stomaco (le viscere) quando ci siamo trovati in saletta per provare “i brani nuovi”. Da qui l’idea, in realtà l’esigenza, di usare dei suoni duri o morbidi, e parole nella nostra lingua che talvolta accompagnano, oppure si fanno ossatura, o danzano insieme alla musica, in base alla pulsione che nasce.

3. C’è una ricerca più emotiva o più strutturale dietro questo nuovo lavoro?
Entrambe. Abbiamo lavorato tantissimo sulla struttura dei pezzi, con un lavoro maniacale sulle ritmiche e sui passaggi più importanti. Ma c’è anche un lato introspettivo: la ricerca della “parola” giusta, pur sapendo che sarà solamente una pallida imitazione della pulsione originaria e originata, e il tentativo di renderla più vivida inserendola nel giusto momento musicale e con la metrica più idonea.

4. In che modo avete lavorato sulle dinamiche interne ai brani per evitare la staticità?
Abbiamo giocato molto sulle dinamiche attraverso l’inclusione di parti meno pesanti e volutamente soft, in linea con l’alternarsi emotivo, anche tramite crunch di chitarra e parti che, anche se in piena distorsione, cercano di abbassare la tensione per poi risolvere, nel tentativo di dar luce a momenti importanti, senza troppo rinunciare alla compattezza del tutto.

5. L’uso dell’italiano nei testi è una scelta definitiva o un esperimento legato a questo disco?
È una scelta, in realtà una necessità, che sicuramente si ripresenterà nel prossimo disco, sul quale stiamo già lavorando, e che intende evolvere quanto siamo riusciti ad esprimere in “Viscere” dal punto di vista emotivo. Riteniamo che l’italiano sia il miglior tramite per infliggere pulsioni.

6. Quanto contano le suggestioni visive e narrative nella fase di composizione?
La composizione di “Viscere” è stata condizionata perlopiù da fenomeni pulsionali interni, viscerali, da moti interiori che desideravano esprimersi senza perdere valore, intensità e significato. Sebbene questo sia sostanzialmente impossibile, noi abbiamo tentato e stiamo tentando di farlo in questo modo.

7. Vi interessa più creare immagini sonore o raccontare storie precise?
Nel caso specifico di questo EP la nostra intenzione, se così si può chiamare, è quella di lacerare di pulsioni l’ascoltatore, le stesse che tramite musica e parola tentiamo di esprimere. Si tratta sostanzialmente di stati passionali indeterminabili, che nascono senza alcuna volontà o raziocinio. In questo senso l’intero EP è un susseguirsi di immagini sonore. Guardando invece al passato, come ad esempio in “Vertex”, che tratta la matematizzazione della natura, abbiamo sicuramente usato anche espedienti narrativi oltre che giudizi logico-morali.

8. Come si è evoluto il rapporto tra musica e testi rispetto ai lavori precedenti?
Si tratta di qualcosa di completamente diverso piuttosto che di una vera e propria evoluzione; il nostro lavoro precedente aveva certamente i toni di una sorta di trattato, più o meno fantasioso, di “filosofia della fisica”, e i testi erano stati costruiti appositamente per quello che ogni brano esprimeva musicalmente. In “Viscere” invece la cosa “assurda” è che, in sostanza, tutti i testi erano già scritti: durante la composizione e l’ascolto in saletta, il riferimento ad alcuni testi poetici, inediti e già in mano al cantante da anni, è stato fulminante, ed è continuato per ogni brano. Abbiamo poi trovato la poesia più idonea per ogni brano e, tentando di stravolgerla il meno possibile, l’abbiamo metricamente adattata alla musica.

9. Le bonus track sembrano quasi un ritorno alle origini: era un’idea voluta fin dall’inizio?
Era da un po’ di tempo che spesso in sala prove si parlava di “Unborn Disease”, al quale siamo tutti molto affezionati, ed eventualmente di suonarne o reinterpretarne qualche brano. Poi, quando l’etichetta ci chiese, per motivi di minutaggio e pubblicazione, di aggiungere dei brani, ci parve la giusta occasione per mostrare da dove il progetto è partito e quale invece è la strada che stiamo intraprendendo, come anche per rendere onore alla vecchia formazione, in special modo al grande Babu.

10. Che tipo di ascoltatore immaginavate mentre costruivate “Viscere”?
Diciamo che, per com’è la nostra passione per la musica, ci viene spontaneo comporre in modo molto naturale e questo dipende da come ci siamo formati, da come sono i nostri gusti e da cosa abbiamo da dire nella composizione di ogni pezzo. Ci chiedevamo chi avrebbe potuto essere partecipe di questo delirio, ma in realtà non immaginiamo l’ascoltatore della nostra musica: speriamo solo che possa arrivare almeno un lapillo di quello che sentiamo noi quando suoniamo. E se qualcuno lo apprezza ne siamo ben felici!

You may also like