arottenbit (Intervista)

arottenbit è un progetto unico nel panorama musicale italiano: unisce elettronica, attitudine punk e corpo metal in un mix potente e imprevedibile. Con il nuovo album You Don’t Know What A Rework Is, il musicista romano porta le proprie idee oltre il Game Boy, trasformando i brani originali in un lavoro collettivo che coinvolge 65 musicisti italiani, più uno dal Belgio e uno dagli Stati Uniti. Il risultato è un disco caotico, pieno di contraddizioni e al tempo stesso sorprendentemente coerente, che esplora confini sonori e contaminazioni tra generi. In questa intervista, arottenbit ci racconta come nasce un suo brano, quali sono le influenze che hanno segnato la sua carriera, il rapporto con la scena metal e alternativa italiana, e le sfide di portare un progetto così complesso dal vivo.

1 – Ciao e benvenuto! Presenta il tuo nuovo album spiegandoci un po’ come è nato e in cosa si differenzia dai precedenti.
Questo nuovo album nasce dal bisogno di vedere i miei brani vivere fuori dal Game Boy. Negli anni ho sempre scritto musica elettronica con una struttura molto fisica, piena di riff e ritmiche suonabili, e a un certo punto ho voluto sentire cosa sarebbe successo se quelle idee fossero passate per mani, strumenti e teste diverse dalle mie. Si differenzia dai dischi precedenti perché qui arottenbit non è più solo. È un progetto collettivo, caotico, pieno di contraddizioni, e proprio per questo molto più vicino a come immagino la mia musica oggi.

2 – Possiamo fare un breve riassunto della tua carriera evidenziando i momenti cruciali e più importanti che ti hanno portato fino alla realizzazione di questo nuovo album?
Suono come arottenbit dal 2008. All’inizio era solo una necessità personale, fare rumore con quello che avevo a disposizione, senza soldi e senza compromessi. Col tempo il progetto è cresciuto, sono arrivati i live, i tour, i palchi grossi e una maggiore consapevolezza su come scrivere e suonare. I momenti cruciali sono stati sicuramente l’uscita di You Don’t Know What Chiptune Is, i primi tour seri e l’incontro con musicisti e band con cui condivido un’attitudine simile. Questo album è il risultato di tutto quel percorso, non un punto di arrivo ma una conseguenza naturale.

3 – Come sta andando questo album a livello di pareri di critica e pubblico?
È un disco difficile e si sente. Settantacinque minuti, venti brani, generi che cambiano continuamente. La critica è divisa e il pubblico pure, ed era abbastanza prevedibile. Non è un disco pensato per piacere subito o per essere consumato velocemente. Dal vivo e dalle vendite si capirà davvero che tipo di risposta sta avendo.

4 – Come definiresti lo stile musicale che proponi?
È musica elettronica con una testa punk e un corpo metal. Oppure metal e punk fatti con strumenti elettronici. Se devo dargli un nome direi post-chiptune o 8-bit sludge techno, ma in realtà le etichette servono fino a un certo punto. È musica che spinge sul fisico prima che sull’estetica.

5 – Parliamo di strumentazione e attrezzatura. Cosa usi per realizzare la tua musica?
Un Nintendo Game Boy. Il software è un tracker creato da uno svedese nel 2001, LSDJ si chiama, Little Sound DJ. Live c’è solo lui sul palco. In fase di produzione invece mi piace scatenarmi con Reaper e una vagonata di tremenda distorsione digitale.

6 – Come sei arrivato a tutte queste band e come le hai coinvolte nel progetto “You Don’t Know What A Rework Is”?
Tramite amicizie e anni passati sui palchi. Faccio il fonico, organizzo concerti DIY e ho lavorato con praticamente tutte le band coinvolte. Non c’è stata nessuna chiamata “industriale”. Ho scritto alle persone che stimo, assegnato un brano e lasciato carta bianca. È stato complicato ma molto naturale. Tutti hanno capito subito lo spirito del progetto.

7 – Pensi che il tuo sound cambierà molto in futuro? Hai già qualcosa di pronto?
Sì, il sound cambierà ancora. Sta già cambiando. Sto lavorando a nuovo materiale che sposta tutto ancora più in là rispetto a quello che ho fatto finora. Non mi interessa ripetermi o rassicurare chi ascolta. Voglio che ogni uscita sia un passo in una direzione diversa.

8 – Qual è, secondo te, un tuo tipico ascoltatore?
Una persona curiosa, senza troppi preconcetti sui generi. Qualcuno che viene dal metal, dal punk o dalla musica elettronica estrema e che non ha problemi a sentirle mescolate insieme. Probabilmente non ascolta musica come sottofondo e gli piace ricoprirsi di lividi ai concerti.

9 – Quali sono le tue influenze musicali e che peso hanno sulla tua musica?
Le influenze vengono da mondi diversi. Hardcore punk, metal estremo, elettronica sporca, roba dance presa nel modo sbagliato. GG Allin, Melvins, Atari Teenage Riot, Primitive Man, Gesaffelstein, Mr. Oizo, ma anche cose lontanissime tra loro. Non cerco di copiarle, mi interessa l’attitudine con cui sono state fatte.

10 – Pensi che porterai queste canzoni dal vivo e magari organizzerai un vero e proprio tour a supporto del disco?
Purtroppo è impossibile portare dal vivo un progetto del genere. Coinvolge 65 musicisti diversi da tutta Italia, più uno dal Belgio e uno dagli Stati Uniti, ed è nato proprio come un lavoro da studio, collettivo e irripetibile. Dal vivo, nei tour tra Europa, UK, USA e Canada, continuerò a portare l’album precedente finché non avrò nuovo materiale pronto da proporre. È quello che funziona meglio sul palco, ed è lì che questa musica trova davvero senso.

11 – Ultime parole libere. Grazie di essere stato con noi. Un saluto!
Grazie a voi. Questa musica esiste perché doveva uscire. Se vi arriva, bene. Se vi dà fastidio, ancora meglio.

You may also like