BURNING BLACK “Resilience of a Broken Heart” (Recensione)

Full-length, Punishment 18 Records (2024)
In un periodo in cui gran parte dell’heavy metal sembra oscillare tra il recupero nostalgico degli anni Ottanta e una ricerca quasi ossessiva della modernità, i trevigiani Burning Black continuano a percorrere una strada ben precisa. Nessuna rivoluzione, nessuna contaminazione forzata, ma un heavy metal tradizionale costruito con mestiere, gusto melodico e una profonda conoscenza dei grandi maestri del genere. Resilience of a Broken Heart, quarto album in studio della formazione veneta, rappresenta probabilmente il lavoro più equilibrato della loro carriera: un disco che rinuncia agli eccessi per privilegiare compattezza, songwriting e continuità.
Fin dalle prime note appare evidente quale sia il fulcro dell’intero progetto. La voce di Dan Ainlay (Massimo De Nardi) domina la scena con una prestazione di assoluto livello. Il paragone con Rob Halford è inevitabile e, per certi versi, persino dichiarato: gli acuti penetranti, il vibrato controllato e la capacità di alternare aggressività e aperture melodiche costituiscono il marchio di fabbrica della band. Tuttavia Ainlay evita quasi sempre di trasformare il tributo in imitazione, riuscendo a mantenere una personalità riconoscibile soprattutto nei registri medi, dove emerge un’impostazione più personale.
L’apertura affidata a “Your Skin Is Fire” è una dichiarazione d’intenti. Riff incalzante, ritornello costruito con intelligenza e un’energia che richiama inevitabilmente i Judas Priest del periodo più classico, senza rinunciare a una certa eleganza melodica vicina al power metal europeo. È uno dei brani più convincenti dell’album, sostenuto da un chorus destinato a funzionare tanto su disco quanto dal vivo.
La title track “Resilience of a Broken Heart” cambia parzialmente registro. Il ritmo si fa più ragionato, lasciando spazio a un lavoro armonico più sofisticato che richiama certe soluzioni dei Queensrÿche di Empire. I Burning Black dimostrano qui di saper costruire canzoni senza affidarsi esclusivamente all’impatto, lavorando sulle dinamiche e sulla crescita emotiva del pezzo. La componente melodica emerge con decisione, senza compromettere la solidità dell’impianto heavy.
Con “Last Band on the Earth” il gruppo torna su coordinate più dirette. Il riff portante possiede quella semplicità efficace che caratterizzava molta produzione heavy e power europea degli anni Novanta, mentre il refrain risulta immediatamente memorizzabile senza scadere nella banalità. È probabilmente il manifesto dell’album: classico, energico e costruito attorno a un equilibrio riuscito tra aggressività e melodia.
La parte centrale del disco mantiene uno standard qualitativo costante. “Trust Me” e “Life Hurts” insistono maggiormente sull’aspetto melodico della scrittura, mostrando una band che oggi appare più interessata alla costruzione delle canzoni che alla ricerca del virtuosismo. È una scelta condivisibile, anche se in alcuni passaggi emerge una certa prevedibilità negli sviluppi armonici. I riff funzionano, ma raramente sorprendono.
Uno dei momenti migliori arriva con “The Price to Pay”, dove riaffiora una componente più robusta, vicina allo U.S. Power Metal. Le chitarre acquistano maggiore incisività e la sezione ritmica lavora con decisione, regalando al disco una delle sue parentesi più energiche. Anche “War Forever” convince grazie a un andamento epico che richiama, senza particolari complessi, gli Iron Maiden della seconda metà degli anni Ottanta. Il dialogo tra le due chitarre è costruito con gusto e gli assoli, pur senza voler stupire a tutti i costi, risultano perfettamente inseriti nella struttura del brano.
Più particolare “The Devil”, che insiste su atmosfere leggermente più oscure pur restando saldamente ancorato al linguaggio dell’heavy metal tradizionale. “Racoon City Boy”, invece, rappresenta l’episodio più leggero e diretto dell’album, quasi un omaggio alla cultura pop filtrata attraverso un’estetica marcatamente metallica. Un pezzo piacevole, anche se meno incisivo rispetto agli episodi che lo precedono.
La conclusione è affidata alla lunga “Rise From the Ashes of the Defeated”, una suite di oltre dieci minuti che riassume gran parte delle caratteristiche stilistiche dei Burning Black. L’introduzione arpeggiata lascia progressivamente spazio a continui cambi di atmosfera, alternando sezioni più epiche ad altre decisamente più aggressive. La band dimostra di possedere le capacità compositive per sostenere una struttura così articolata, anche se alcuni sviluppi avrebbero probabilmente tratto beneficio da una maggiore sintesi. Rimane comunque una chiusura ambiziosa e coerente con l’impostazione generale del disco.
Dal punto di vista strumentale il gruppo convince senza riserve. Le chitarre privilegiano il lavoro d’insieme rispetto all’esibizione individuale, costruendo riff solidi e armonizzazioni efficaci. La sezione ritmica garantisce continuità e sostegno, mentre le tastiere vengono utilizzate con grande misura, limitandosi ad arricchire il suono senza invaderlo. La produzione, rifinita ai Finnvox Studios sotto la supervisione di Mika Jussila, restituisce un suono pulito, potente e moderno, pur conservando quella naturalezza che un disco di heavy metal tradizionale richiede.
Se un limite va individuato, risiede proprio nell’eccessiva ricerca dell’equilibrio. I Burning Black sembrano aver smussato molte delle asperità presenti nei lavori precedenti, ottenendo un album estremamente scorrevole ma talvolta fin troppo controllato. Manca, in più di un episodio, quel riff destinato a rimanere impresso, quell’assolo capace di cambiare il volto di una canzone o quella soluzione compositiva in grado di spezzare la prevedibilità di alcuni sviluppi. È un disco che convince soprattutto per la qualità media della scrittura, più che per singoli momenti realmente memorabili.
Anche la centralità della voce costituisce un’arma a doppio taglio. Ainlay offre probabilmente la migliore prestazione della sua carriera e finisce inevitabilmente per catalizzare l’attenzione dell’ascoltatore. Quando il cantante si prende la scena tutto funziona a meraviglia; quando invece il peso ricade esclusivamente sulla componente strumentale, si percepisce una leggera mancanza di personalità rispetto ai grandi nomi ai quali la band inevitabilmente si ispira.
Ciò non toglie che Resilience of a Broken Heart rappresenti un lavoro maturo, sincero e profondamente rispettoso della tradizione heavy metal. I Burning Black non cercano scorciatoie né inseguono le mode del momento: preferiscono scrivere canzoni solide, curate e suonate con competenza, dimostrando come sia ancora possibile realizzare un disco classico senza risultare anacronistici.
Non sarà l’album destinato a riscrivere i confini del genere, ma è certamente uno dei lavori italiani più convincenti dedicati all’heavy metal tradizionale degli ultimi anni. Per chi continua a credere che riff, melodie e passione contino ancora più delle mode passeggere, Resilience of a Broken Heart è un ascolto che merita attenzione.
AngelOfDeath71
Tracklist:
1. Your Skin Is Fire
2. Resilience Of A Broken Heart
3. Last Band On The Earth
4. Trust Me
5. Life Hurts
6. The Price To Pay
7. War Forever
8. The Devil
9. Racoon City Boy
10. Rise From The Ashes Of The Defeat
Line-up:
Nikk Damian – Bass
Darius Rickenbach – Drums
Ian Adams – Guitars
AndyT – Guitars
Dan Ainlay – Vocals





