SFREGIO (Intervista)

Nati per il palco, gli Sfregio hanno costruito la propria identità tra thrash metal, ironia dissacrante e una sana dose di goliardia, senza rinunciare alla voglia di sperimentare e di giocare con sonorità diverse. Nel corso degli anni, la band ha portato la propria musica anche oltre i confini italiani, confrontandosi con pubblici differenti e confermando la propria vocazione live. Tra provocazioni, episodi al limite dell’assurdo e una passione che continua a rinnovarsi, gli Sfregio raccontano il loro approccio alla musica, il rapporto con il pubblico e la libertà di non porsi troppi limiti, dentro e fuori dal palco.
1. Gli Sfregio sono una band che sembra nata per il palco. Quanto del vostro vero carattere emerge soltanto quando siete davanti al pubblico?
Siamo una band prettamente live, anche se cerchiamo sempre di far emergere questa componente anche nei nostri album. Il palco è il contesto in cui riusciamo a esprimerci al meglio, dove viene fuori davvero quello che siamo. È lì che la nostra musica trova la sua dimensione ideale.
2. Avete fatto numerose date in Europa e avete suonato davanti a pubblici molto diversi. C’è stato un Paese o un concerto nel quale avete capito che gli Sfregio funzionavano anche oltre il contesto italiano?
Penso che, indipendentemente dalla lingua, gli Sfregio funzionino bene dove c’è gente che ha voglia di divertirsi. Quando il pubblico viene a un concerto con questo spirito, riusciamo a essere noi stessi al cento per cento e a trasmettere qualcosa. Non è necessario capire ogni parola per entrare in sintonia con una band: conta anche l’energia che si crea tra il palco e chi hai davanti. Credo che oggi ci sia bisogno di un po’ di spensieratezza nel mondo, e noi cerchiamo di portarne la nostra dose ai concerti. Se il pubblico si diverte, ci divertiamo anche noi. È uno scambio: noi diamo qualcosa a loro e loro lo restituiscono a noi.
3. Cantare in italiano è una vostra scelta precisa. Non avete mai pensato che l’inglese potesse facilitarvi ulteriormente all’estero?
Ci abbiamo pensato, anche all’idea di fare qualche pezzo in inglese. Però la nostra identità è in italiano: è la lingua che conosciamo meglio e nella quale riusciamo a giocare più liberamente con le parole, i controsensi e le provocazioni. Per questo, alla fine, abbiamo sempre cantato in italiano. Ultimamente, però, abbiamo pensato che potrebbe essere stimolante realizzare un EP in inglese, magari traducendo e adattando alcuni nostri pezzi. Non lo faremmo perché pensiamo che all’estero la gente possa capirci di più: abbiamo visto che in molti Paesi non tutti capiscono l’inglese, quindi non cambierebbe poi molto! Sarebbe semplicemente un modo diverso di metterci alla prova, senza rinunciare alla nostra identità.
4. “Non Credo” sembra avere una componente live molto forte. Durante la scrittura pensate già a come il pubblico potrebbe reagire a un ritornello o a un determinato riff?
Succede perché ci immedesimiamo. A volte il trasporto che proviamo durante la composizione di un riff è talmente forte che ci ritroviamo a immaginarci sotto il palco, a reagire a quel riff come farebbe il pubblico. Però non scriviamo i pezzi a tavolino pensando a come potrebbe reagire la gente: è una cosa che avviene inconsciamente, in modo del tutto naturale. Prima di tutto dobbiamo essere noi a sentire quella spinta. Se poi riusciamo a trasmetterla anche a chi ci ascolta, tanto meglio.
5. Quale brano del nuovo album, secondo voi, può diventare il classico pezzo da concerto che scatena il casino già dalle prime note?
Ci sono alcuni pezzi che potrebbero diventare fissi in scaletta, ma tra tutti direi “Burqa ma donna”, anche per il suo ritornello corale. Credo che possano funzionare molto anche le tematiche che affronta, un po’ diverse dal solito: potrebbe diventare una sorta di inno goliardico che, allo stesso tempo, fa anche riflettere. È un brano a cui tengo anche perché affronta una prospettiva femminile, un aspetto a cui noi teniamo molto. Siamo una band che nei testi ha spesso raccontato le cose dal punto di vista dell’uomo, quindi ogni tanto provare a guardarle da quello della donna è bello e stimolante. Secondo me questa combinazione di ironia, contenuto e ritornello potrebbe darle una bella dimensione dal vivo.
6. “Dio Pop” ha un’impostazione diversa rispetto ai brani più tirati. Quanto vi diverte giocare con sonorità che non sono immediatamente riconducibili al vostro lato thrash?
Abbiamo sempre cercato di toccare generi diversi, mantenendo comunque la nostra identità. Io e Grinder ci divertiamo spesso a parlarne: ci sentiamo e ci diciamo: “Che cazzo scriviamo oggi? Dai, facciamo un pezzo più pop! Oppure voglio fare un pezzo death metal!”. Non ci sono limiti negli Sfregio, ed è sempre stata una nostra particolarità. In ogni album cerchiamo di inserire qualcosa di diverso, di nuovo, senza porci troppi paletti.
7. Avete mai avuto problemi durante un concerto a causa di un vostro testo o di una vostra provocazione?
Problemi perché abbiamo bevuto troppo, tante volte! (Ride) Scherzi a parte, è vero anche quello. Per quanto riguarda i testi, una volta, durante un festival, mentre stavamo suonando “Cazzo Marcio”, qualcuno si è infastidito per le troppe parolacce ed è andato al quadro generale a staccare il volume. Ha fatto saltare qualcosa e per poco non sono saltati tutti gli amplificatori. Il pubblico voleva praticamente linciarlo! Un’altra volta ci siamo beccati una denuncia per aver provocato la polizia e bestemmiato. Insomma, qualche problema ce lo siamo cercato anche noi. Adesso siamo diventati più grandi… almeno anagraficamente!
8. C’è una cosa che avete imparato sul palco in questi quasi vent’anni e che nessuna prova in sala vi avrebbe mai potuto insegnare?
Ho imparato che c’è sempre da imparare. Una delle cose fondamentali è arrivare sul palco riposati e concentrati, mantenendo il focus su chi sei e su quello che vuoi fare. E poi c’è l’unione della band: bisogna rimanere uniti, sia nelle difficoltà che abbiamo già affrontato, sia in quelle che inevitabilmente arriveranno. Bisogna continuare a parlarsi, sempre. Puoi provare mille volte a diventare un musicista perfetto, ma se mancano questi ingredienti non vai da nessuna parte. Dopo tutti questi anni ho capito che non basta saper suonare bene: devi sapere perché sei lì, avere le idee chiare e poter contare sulle persone che hai accanto.
9. Se poteste scegliere tre band italiane con cui condividere oggi un tour ideale, indipendentemente dal genere, chi portereste sul vostro stesso palco?
Bella domanda! Probabilmente andrei in tour con i Tankard. Li abbiamo visti dal vivo molte volte: mi ha colpito il loro spirito, molto simile al nostro, e soprattutto la loro umiltà. Nonostante siano una band storica, continuano ad avere un’attitudine che apprezzo tantissimo. Secondo me verrebbe fuori un tour epico! In generale, con qualsiasi band thrash metal ci sarebbe la possibilità di condividere un sacco di date. Poi ci metterei i miei amici Carcharodon, con cui sarebbe sicuramente divertente suonare. Dopodiché probabilmente firmerei il mio testamento prima di partire, giusto per sicurezza!





