DICK VAN DER HEIJDE “Locked In” (Recensione)

Full-length, Eigen Beheer Records(2026)
Ogni tanto arriva un disco che costringe a mettere da parte il consueto metro di giudizio. Non perché debba essere valutato con indulgenza, ma perché la sua stessa esistenza rappresenta qualcosa di straordinario. Locked In, esordio discografico dell’olandese Dick van der Heijde, è uno di quei lavori destinati a lasciare un segno prima ancora che per le sue qualità musicali, per ciò che rappresenta.
La storia è di quelle che sembrano uscite da un romanzo. A soli ventotto anni Dick viene colpito da un ictus del tronco encefalico che lo condanna alla sindrome locked-in: perfettamente cosciente, ma completamente paralizzato e impossibilitato a parlare. Da allora il suo unico modo di comunicare è stato, per oltre trent’anni, indicare una lettera alla volta attraverso il movimento degli occhi. Eppure la passione che lo accompagnava prima della malattia, quella per la musica e in particolare per il progressive rock, non si è mai spenta.
Per decenni ha continuato a vivere la musica da ascoltatore, recensore e scrittore, ma la possibilità di comporre sembrava definitivamente perduta. Sembrava.
L’avvento dell’intelligenza artificiale ha cambiato radicalmente le carte in tavola. Ed è proprio qui che molti rischiano di fermarsi al titolo del giornale, liquidando il progetto come “un disco fatto dall’AI”. Sarebbe una lettura superficiale e profondamente ingiusta. L’intelligenza artificiale, in questo caso, non sostituisce il compositore: gli restituisce semplicemente gli strumenti che il destino gli aveva sottratto. Le idee, la sensibilità, i testi e la visione appartengono interamente a Dick; la tecnologia diventa soltanto il mezzo attraverso cui quella creatività può finalmente trovare una forma concreta.
È una differenza enorme, forse la più importante dell’intero dibattito sull’intelligenza artificiale applicata all’arte.
Dal punto di vista musicale, Locked In è un concept album che racconta il percorso umano dell’autore, dall’istante in cui la sua vita cambia improvvisamente fino alla lenta riconquista di una voce nel mondo. Il tutto attraverso un progressive rock moderno, accessibile, fortemente melodico e impreziosito da arrangiamenti di gusto cinematografico. Qua e là affiorano richiami all’AOR, mentre alcune soluzioni orchestrali e corali potrebbero ricordare, pur con toni decisamente più misurati, certe intuizioni di Arjen Lucassen e degli Ayreon meno monumentali.
Brani come “Blue Door” aprono il racconto con sorprendente equilibrio, evitando qualsiasi deriva melodrammatica. La tragedia non viene gridata, ma raccontata con una compostezza che finisce per renderla ancora più intensa. “Still Here” e soprattutto “Blink Once for Yes”, probabilmente uno degli episodi più significativi dell’album, trasformano invece la quotidianità della sindrome locked-in in musica, spiegando come un semplice battito di ciglia sia diventato, negli anni, l’unico filo capace di tenere un uomo collegato al resto del mondo.
Ciò che colpisce maggiormente è proprio l’assenza di vittimismo. In un’opera del genere sarebbe stato facile puntare tutto sull’impatto emotivo della vicenda personale. Dick sceglie invece una strada molto più difficile: raccontare la propria esperienza con dignità, lucidità e persino una certa serenità. Il risultato è un disco che parla di sofferenza, ma soprattutto di resilienza, volontà e desiderio di continuare a creare.
Dal punto di vista strettamente musicale, qualche momento appare inevitabilmente più prevedibile di altri e alcune soluzioni melodiche si muovono entro coordinate piuttosto classiche, senza cercare particolari azzardi compositivi. Anche la produzione, pur efficace, privilegia spesso la pulizia rispetto a una maggiore profondità dinamica. Sono però osservazioni marginali, che difficilmente incidono sul valore complessivo dell’opera.
Perché Locked In va ascoltato soprattutto per ciò che riesce a dimostrare: la creatività non risiede nelle mani, nella voce o nelle dita che scorrono su una tastiera. Nasce nella mente. E finché quella continua a immaginare, esisterà sempre un modo per trasformare le idee in musica.
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale viene spesso descritta soltanto come una minaccia, Dick van der Heijde ci ricorda che, nelle mani giuste, può diventare anche uno straordinario strumento di libertà. E, forse, è proprio questa la lezione più importante che Locked In lascia al termine dell’ascolto.
Mario “The Rocker” Giusfredi
Tracklist:
1. Blue Door
2. Still Here – Ballad Version
3. The Muller Test
4. Blink Once For Yes
5. The Sweater
6. Positivity Part One
7. Learning Curve
8. Painted Skies
9. Feels Like John (Shadows Cast)
10. Positivity Part Two
1 1 . Brink
12. Gasping For Air
13. Pain Around Me
14. Still Here – Rock Version





