DISEASE ILLUSION (Intervista)

I Disease Illusion si avviano verso i vent’anni di carriera e si confermano come band molto valida con il loro terzo album, “Plastic Ocean“, una specie di compendio del miglior melodic death metal di stampo moderno, dalle tinte dark e pessimistiche. Ne parliamo con la band.
1 – Ciao e benvenuti! Presentate “Plastic Ocean” ai nostri lettori!
Ciao e ciao a tutti i lettori di Noi Rocker! “Plastic Ocean” è il nostro nuovo album, una collezione di pezzi metal da far arricciare i capelli. Già dal titolo penso si possa intuire dove vogliamo andare a parare. L’oceano è pieno di plastica e gli unici che possono fare qualcosa siamo noi. L’album riprende molto certi temi che già avevamo affrontato precedentemente con “After The Storm That Never Came”, parlando del disastroso percorso che, come umanità, abbiamo intrapreso. Non è propriamente un concept album, ma i brani raccontano storie diverse anche se legate da un filo comune. Musicalmente abbiamo voluto invece spingere ancora di più nell’affermare quello che è il nostro stile.
2 – Prima di dar vita a questo progetto, avevate avuto altre esperienze musicali? Insomma, parlateci un po’ di come vi siete trovati e dei vostri inizi come band.
La storia è lunga, il gruppo di fatto nasce quasi vent’anni fa. Di quello che erano i Disease Illusion nel 2006 è rimasta l’anima centrale, Federico Venturi, che oggi vive in Inghilterra. Il paletto portante e cuore pulsante della band. Gli altri sono arrivati nell’arco degli ultimi 10/15 anni. Alessandro Turco, che ha militato nei Spinal Shiver, ha portato con sé le sue influenze più gotiche e dark, Alessio Chierici (ma che si gira solo se lo chiami Zoppi), è una leggenda dell’hard core della bassa emiliana da quando andava in giro con i Terminal Sick. Joy Lazari, espatriato in Danimarca ed ex voce dei The Burning Dogma, ha portato una verve di dissidenza ed eco-anarchismo nei testi mentre Jack Laurenti è l’ultimo arrivato ma si sta già facendo valere con la potenza del suo basso con le sue sonorità compatte e distorte.
3 – Come sta andando “Plastic Ocean” a livello di pareri del pubblico?
Per adesso sembra stia andando molto bene! Il riscontro sembra positivo e lo vediamo dal numero di metallari, e non, che affollano i nostri sottopalchi. “I am the Enemy” e “Inject Me” sembrano i due brani che più spingono al pogo e vedere persone che cantano con noi il ritornello della title track, “Plastic Ocean”, è indubbiamente elettrizzante.
4 – Come definireste lo stile musicale della vostra band?
La risposta secca, soprattutto quando provi a spiegarlo a uno non del mestiere, è “Melodic Death Metal con influenze Metalcore”. Ma non saremo i primi, né tantomeno gli ultimi, a dire che vorremmo evitare di essere etichettati. Sicuramente il melodeath di matrice scandinava è stato il primo motore della band, ma ad oggi stiamo arrivando a raffinare il nostro sound in maniera sempre più personale con tutte le influenze che ognuno di noi, col proprio vissuto e suonato personale, porta alla composizione dei pezzi. Per cui puoi trovare del melodic metalcore in “Plastic Ocean”, ballate rock n’ roll in “Our Lady of Self-Defense” o tonalità symphonic metal in “Glass and Steel”.
5 – Parliamo un po’ dei testi di questo album.
“Plastic Ocean”, la title track, “Glass and Steel” e “Displaced” sono esplicitamente incentrate in un’ottica ecologista, su come abbiamo ridotto il nostro mondo, invitando ad una riflessione seria. “Reborn” parla della mostruosità dei bambini soldato, mentre “Eventide” si concentra sulla necessità di far sentire la propria voce, senza girarsi dall’altra parte. “Inject me” vuole aprire gli occhi sulla follia no-vax, “Our Lady of Self-Defense” è il grido disperato di coloro a cui viene imposto il silenzio da dittature e oppressioni, raccontato tramite la vicenda della giornalista russa Irina Slavina. “No Ground” è un tributo alla storia di Ay?e Deniz Karacagil, attivista turca condannata a 100 anni di reclusione per una protesta ad Istanbul che si unisce alle forze dello YPG per la liberazione della Syria contro l’ISIS. “I am the Enemy” e “Invisible” infine sono quelle un po’ più atipiche, in quanto più introspettive e personali. Se la prima prova a stimolare il bisogno di guardarsi dentro prima di incolpare gli altri, la seconda cerca di ragionare sull’impossibilità di elaborare la perdita di qualcuno che ha deciso di andarsene per sempre.
6 – “Plastic Ocean” è un album ottimo sotto tutti gli aspetti e a nostro avviso cerca di apportare qualcosa di diverso nel classico tessuto melodic death metal. Siete d’accordo? E avevate preventivato di realizzare qualcosa di non proprio standard?
Una cosa certa è che restare immobili non ti porta da nessuna parte. E noi fermi non ci sappiamo stare. Noi vogliamo viaggiare. Siamo in un filone, il melodic death metal, che per quanto ancora piaccia, ha ormai più di 30 anni. Quindi la parola chiave è contaminazione. Certo, non vogliamo nemmeno andare troppo sull’avant-garde come i magnifici Zeal & Ardor che mischiano black metal e musica gospel, però non vogliamo nemmeno limitarci alla struttura del melodeath. Il nostro è un percorso che, si, è nato lì, ma che chissà dove arriverà.
7 – In cosa pensate di differenziarvi come metal band in generale? Quali le particolarità del vostro sound?
Prendi del melodeath, buttaci un po’ di dark goth, miscela bene con dell’hard-core, gira il tutto con del deathcore e inforna a 180 gradi per una mezz’oretta, 10 brani circa. Ecco a te un po’ di sano “Post-Apocalyptic Coffin-Smashing Infernal Melodic Riff-Slamming Death/Goth Hardcore Cataclysm Metal”. Sostanzialmente Hello Kitty ma zombie e con le ragadi anali.
8 – Qual è, secondo voi, un tipico ascoltatore dei Disease Illusion?
Il nostro ascoltatore tipo è qualcuno che ha ascoltato Dark Tranquillity e In Flames per anni e poi si è detto “basta voglio del pop sanremese”. A quel punto gli è arrivata la sberla bestiale di “Backworld”, il nostro primo full length, e si è detto “ok, ancora un po’”. Con “After The Storm” ha pensato “no ok, ancora uno ma tanto smetto quando voglio”. “Plastic Ocean” è il colpo finale. Un amico recentemente mi ha detto “quando vado al lavoro in bici e rischio costantemente di essere messo sotto solo per il fatto che esisto, mi metto su i Disease Illusion in cuffia e trovo la forza di spaccare tutto”.
9 – Quali sono le vostre influenze musicali e che peso hanno nella vostra musica?
Le nostre influenze spaziano dal thrash e heavy metal classico, come Metallica, Megadeth e Testament, fino al metal estremo. Ale è partito da lì per poi immergersi nel black e nel symphonic metal con Cradle of Filth e Dimmu Borgir, mentre Joy ha iniziato con Mayhem, Burzum e Immortal prima di avvicinarsi al death e al moderno deathcore di Whitechapel e Fit For An Autopsy. Jack ha attraversato generi diversi, dai Red Hot Chili Peppers al progressive e hardcore, trovando ispirazione in band come Opeth, Architects e Born of Osiris. Il death metal e il melodic death restano comunque centrali nel nostro sound, con l’influenza di Death, Carcass, At The Gates, Dark Tranquillity e Soilwork, particolarmente sentita da Fede. Anche il lato più sinfonico e gotico del metal trova spazio nel nostro sound, grazie all’influenza di gruppi come Nightwish e Within Temptation.
10 – Suonate molto dal vivo? E cosa volete trasmettere al pubblico?
Meno che in passato, siamo tutti trentenni con lavori diversi e casa da mantenere. Però ogni weekend è buono per andare da qualche parte a far cozzare spalle e a far muovere su e giù delle teste capellute. Tramite Rock On Agency stiamo organizzando delle belle date e a giugno saremo sul palco del Southammer Metal Fest in compagnia bestie sacre come Fleshgod Apocalypse e Rotting Christ.
11 – Ultime parole libere. Grazie di essere stati con noi. Un saluto!
Grazie a tutta la redazione di Noi Rocker per lo spazio concessoci con questa intervista. Volevamo chiudere con un invito a visitare la nostra foresta sulla piattaforma Treedom con la quale cerchiamo di coinvolgere più persone possibile in un progetto di ripopolamento delle foreste per concretizzare realmente il messaggio che vogliamo trasmettere al nostro pubblico. Ad ogni albero piantato regaliamo una maglietta del nostro merch come gesto di ringraziamento per il contributo alla causa, per rendere questo pianeta morente un po’ più verde e respirabile. Ci si vede presto sotto al palco!





