BEFORE THE GLOW (Intervista)

Before The Glow è un progetto che sfugge alle definizioni lineari, muovendosi tra elettronica, rock e suggestioni atmosferiche con un’identità in continua trasformazione, come dimostra l’ultimo album “Black Rose” . Dietro questo percorso c’è Stefano, compositore e polistrumentista, che costruisce la propria musica come un archivio emotivo in costante dialogo con il tempo. Dalle prime produzioni più legate all’elettronica fino ai lavori più recenti, ogni brano nasce da un intreccio di intuizioni, esperienze e idee sedimentate nel corso degli anni. In questa intervista racconta il suo approccio alla composizione, il rapporto con gli strumenti, il ruolo centrale degli arrangiamenti e la ricerca di un equilibrio tra coerenza e sperimentazione, offrendo uno sguardo approfondito sul processo creativo che definisce l’universo sonoro di Before The Glow.

1. Stefano, come descriveresti l’evoluzione di Before the Glow dal punto di vista compositivo?
Non credo si possa parlare di una vera e propria evoluzione lineare. Piuttosto parlerei di fasi, di differenze stilistiche legate ai momenti della mia vita. Se guardiamo alla discografia, il primo album ufficiale è State Of Noise, un lavoro prevalentemente dance elettronico, con influenze trance e techno, quasi totalmente privo di strumenti acustici. È un disco figlio di un periodo preciso, molto focalizzato sull’elettronica e sulla programmazione. È strettamente collegato all’EP Hello World! uscito due anni dopo. In mezzo, però, è arrivato Intermittent Lights, che invece aveva un suono molto più anni ’80, più indie rock, più imperfetto e umano. Già lì si percepiva una rottura rispetto alla traiettoria puramente elettronica iniziale. Ma c’è una costante che attraversa tutto: le canzoni non nascono quasi mai nel momento in cui escono. Molti brani vengono scritti anni prima di essere pubblicati. A volte addirittura decenni. “1983”, per esempio, nasce da un’idea che mi era venuta quando ero ancora alle scuole medie, ma ha visto la luce venticinque anni dopo. Diverse canzoni di Black Rose sono nate nel mio periodo romano, quando frequentavo l’università, ma hanno trovato una forma definitiva solo adesso. Anche Universi Alternativi contiene frammenti armonici che avevo scritto da bambino e che sono maturati nel tempo, fino a trovare un senso compiuto solo molti anni dopo. In questo senso, la mia non è un’evoluzione per capitoli chiusi. È più un archivio emotivo in continuo dialogo con il presente. Ogni nuovo album non cancella il passato, lo riapre. Riprende idee lasciate in sospeso, le rilegge con maggiore consapevolezza, le produce con un orecchio più maturo. Attualmente sto lavorando a un nuovo album dopo Black Rose e, ancora una volta, molti brani provengono da epoche diverse. Sono canzoni che in passato avevo provato ad arrangiare senza successo. Non funzionavano. Non era il momento giusto. Oggi, invece, riesco a sentirle diversamente. Forse l’evoluzione di Before The Glow non sta tanto nel cambiare stile, ma nella capacità di dare finalmente forma a idee che aspettavano da anni di essere comprese. È un processo circolare più che lineare. Non vado avanti dimenticando ciò che ero: vado avanti integrandolo.

2. Essere polistrumentista ti permette di esplorare combinazioni sonore che altri compositori non potrebbero: qual è il tuo approccio?
Più che pensare in termini di “vantaggio”, penso in termini di libertà. Essere polistrumentista mi permette di non ragionare per compartimenti stagni. Non scrivo una canzone e poi la “assegno” agli strumenti. La costruisco dall’interno, sapendo già come potrebbe respirare ogni parte. Il mio approccio è molto istintivo all’inizio: registro, provo, sovrappongo. Poi diventa molto analitico. Ascolto come interagiscono le parti. Se una chitarra sta facendo troppo, la sposto. Se il basso può diventare melodico, lo lascio emergere. Se la batteria può togliere invece che aggiungere, la semplifico. Mi interessa molto il concetto di dialogo tra strumenti. Non voglio che tutti dicano la stessa cosa. Preferisco che si completino o addirittura si contraddicano in modo intelligente. Spesso parto da una combinazione non convenzionale: ad esempio una linea di basso che suggerisce la melodia invece della voce, oppure una chitarra che lavora più come elemento ritmico che armonico. Questo nasce dal fatto che conosco la “psicologia” di ogni strumento. So cosa può fare, ma soprattutto so cosa non fa di solito. Il mio approccio è questo: sfruttare la conoscenza tecnica per uscire dalla tecnica. Non mi interessa dimostrare di saper suonare più strumenti. Mi interessa poterli usare come colori diversi sulla stessa tela, scegliendo ogni volta quale tonalità serve davvero al brano. Alla fine, l’obiettivo non è la complessità. È la coerenza emotiva. Se una combinazione sonora sorprende ma resta naturale, allora ha senso. Se sorprende e basta, la scarto.

3. Ci sono strumenti che ti stimolano di più nella creazione di nuove idee?
È naturale per me prendere una chitarra e iniziare a scrivere. È lo strumento più immediato, quello con cui molte idee prendono forma per la prima volta. Ma se devo essere sincero, è la sezione ritmica che spesso fa davvero la differenza. Impugnare le bacchette e guardare una canzone dalla prospettiva del batterista mi entusiasma moltissimo. Cambia completamente il punto di vista. Non stai più pensando in termini di accordi o melodie, ma di impulso, di accenti, di spazio. Tengo molto al dialogo tra batteria e resto della band. Amo l’essenzialità, ma non necessariamente la regolarità. Non mi interessa una batteria che fa semplicemente “tempo”. Mi piace quando sottolinea uno stacco, quando accompagna una frase vocale, quando rompe una prevedibilità. Credo di poter sostenere, dopo anni di esperienza, che è il ritmo a dettare la legge del brano. Se una linea di batteria funziona davvero, molto spesso il brano è già a metà strada. Perché il corpo della canzone è lì. Anche il basso è uno strumento con cui amo scrivere. Non concepisco il basso come un semplice sostegno armonico. Per me è una voce. Deve muoversi, suggerire, dialogare. Non mi piace un basso troppo lineare o meccanico. Deve avere personalità, deve contribuire alla narrazione. In fondo, quando la sezione ritmica è viva, la melodia trova un terreno fertile su cui camminare. E forse è proprio questo che mi stimola di più: sentire che la canzone non è solo una sequenza di accordi, ma un organismo che pulsa.

4. Come decidi quali strumenti devono guidare un brano e quali devono fare da supporto?
Non lo decido in modo razionale all’inizio. Lo ascolto. Quando nasce un’idea, cerco di capire qual è il suo centro emotivo. A volte è chiaramente la melodia vocale. Altre volte è un giro di pianoforte, una chitarra arpeggiata, una linea di basso. C’è sempre uno strumento che, anche in modo sottile, chiede di stare davanti. Il mio compito è riconoscerlo. Se un brano nasce su chitarra ma, riascoltandolo, mi accorgo che il pianoforte amplifica meglio l’intensità emotiva, allora lascio che sia il piano a guidare. Gli altri strumenti devono sostenere quella scelta, non competere con essa. Mi faccio spesso una domanda molto semplice: “Se tolgo tutto, cosa resta?”. Quello che resta è quasi sempre l’elemento guida. Una volta individuato il centro, tutto il resto diventa funzione. Il basso può dare profondità senza rubare spazio. La batteria può scegliere se essere protagonista o invisibile. I synth possono ampliare l’atmosfera senza invadere. È un equilibrio delicato. Se tutti vogliono guidare, il brano si confonde. Se tutti fanno solo da supporto, manca tensione. Alla fine, è una questione di gerarchie dinamiche: lo strumento guida può cambiare durante il brano. Una strofa può essere guidata dal piano, un ritornello dalla voce, un bridge dalla chitarra. La canzone è un racconto. E in ogni capitolo può parlare un personaggio diverso.

5. Quale brano dei tuoi lavori ritieni più sperimentale dal punto di vista strumentale?
“Dark Highway”, il brano che chiude Black Rose, è probabilmente quello che considero più sperimentale dal punto di vista strumentale. È nato quasi come un esperimento. Ho iniziato ad assemblare una serie di loop strumentali senza avere una struttura classica in mente. Non stavo pensando alla forma strofa-ritornello, ma alla ripetizione, alla stratificazione, alla progressione ipnotica. Non ero nemmeno sicuro che potesse funzionare come brano conclusivo. E invece, proprio quella costruzione ciclica ha creato un’intensità inattesa. La sperimentazione, in quel caso, non è stata tanto nell’uso di strumenti “strani”, quanto nel modo in cui sono stati combinati. Ho lavorato molto sulla tensione che cresce senza bisogno di esplodere. Sull’idea che la ripetizione possa diventare emotiva, non meccanica. Mi affascina quando un brano riesce a creare una sensazione di viaggio pur restando essenziale nei suoi elementi. “Dark Highway” ha quel tipo di energia: non è un pezzo che si impone con la melodia, ma con l’atmosfera e la progressione. È un esempio di come, a volte, lasciarsi guidare da un’intuizione non convenzionale possa portare a risultati più intensi di quelli pianificati. E forse è proprio questo che rende un brano davvero sperimentale: quando nasce fuori dalle regole abituali, ma riesce comunque a parlare con forza.

6. Quanto il tuo ruolo di compositore principale influenza l’identità sonora della band?
In realtà Before The Glow non è una band nel senso tradizionale del termine. È un progetto personale. È uno spazio creativo che nasce da una sola visione, la mia, ma che si arricchisce grazie al contributo di altri musicisti. Questo significa che l’identità sonora non è il risultato di una media tra più direzioni artistiche. Parte sempre da un centro preciso. Le scelte armoniche, le dinamiche, l’approccio agli arrangiamenti, la costruzione delle melodie: tutto nasce da una mia idea iniziale. Coinvolgere altri musicisti per me non è delegare, ma amplificare. Li coinvolgo quando sento che una parte può crescere grazie alla loro sensibilità o alla loro tecnica. In quei momenti non sto cedendo controllo, sto aprendo spazio creativo. Quindi il mio ruolo di compositore principale non influenza l’identità sonora: la definisce. Ma allo stesso tempo, non la chiude. Before The Glow è un progetto con una direzione chiara, ma non è isolato. È un nucleo che si espande. L’identità resta coerente perché nasce da una visione unica, ma si arricchisce perché non ha paura del confronto. In sintesi: non influenzo altre persone. Cerco piuttosto di essere abbastanza solido nella mia visione da poter dialogare con loro senza perderla.

7. Ci sono stili musicali diversi che vuoi integrare nelle tue future composizioni?
Non mi interessa cambiare stile in modo radicale, ma mi interessa contaminare. Vengo da una base rock e melodica molto chiara, ma mi affascina l’idea di integrare elementi più cinematografici, più atmosferici, magari lavorando su strutture meno prevedibili o su progressioni armoniche più sospese. Non escludo di approfondire ulteriormente l’elettronica, ma sempre come estensione del linguaggio emotivo, non come rottura identitaria. Mi interessa l’integrazione, non la trasformazione forzata.

8. Come gestisci la sfida di mantenere coerenza stilistica pur sperimentando strumenti e arrangiamenti diversi?
La coerenza non sta negli strumenti, sta nello sguardo. Posso cambiare arrangiamento, posso spostarmi verso sonorità più elettroniche o più acustiche, ma il modo in cui costruisco le melodie, le dinamiche e le atmosfere resta riconoscibile. Se la melodia è centrale, se l’architettura è solida e se l’emozione guida le scelte, allora posso permettermi di sperimentare senza perdere identità. In altre parole: la coerenza è nel cuore del brano, non nel vestito che indossa.

9. C’è un momento creativo in cui ti senti più ispirato: improvvisazione, programmazione, o lavoro sugli arrangiamenti strumentali?
Il lavoro sugli arrangiamenti è sicuramente la parte più divertente. Ed è anche la più stressante. È lì che mi sento davvero coinvolto al cento per cento. Quando inizio a capire dove deve entrare un basso, quanto deve durare una pausa, se una chitarra deve raddoppiare o restare sola… quello è il momento in cui la canzone prende forma concreta. Mi considero molto meticoloso, forse anche troppo. Sono perfezionista. Per me un brano deve avere una coerenza quasi matematica: ogni strumento deve incastrarsi con gli altri in modo preciso, naturale, inevitabile. Non sopporto le parti messe lì “tanto per riempire”. Se qualcosa non ha una funzione chiara, lo tolgo. Questo processo può durare mesi, a volte anni. Capita spesso che in un paio di giorni abbia già pronto l’ottanta per cento del brano. L’idea è chiara, la struttura c’è, la melodia funziona. Ma quel venti per cento mancante può richiedere moltissimo tempo. A volte devo allontanarmi completamente dalla canzone, quasi dimenticarla. E solo dopo, riascoltandola con orecchie nuove, capisco cosa le mancava. L’improvvisazione è il momento più spontaneo. La programmazione è quello più tecnico. Ma l’arrangiamento è il momento in cui tutto si allinea. È lì che una buona idea diventa una grande canzone.

10. Guardando avanti, quali nuove direzioni musicali e strumenti vorresti esplorare nei prossimi lavori?
Vorrei lavorare ancora di più sulle dinamiche estreme: brani molto minimalisti che poi si aprono in modo controllato. Mi interessa esplorare maggiormente pianoforti più centrali, forse sezioni d’archi più strutturate, e un uso ancora più raffinato dell’elettronica come ambiente, non come protagonista. Ma più che cercare nuovi strumenti, voglio cercare nuovi equilibri. Credo che la vera evoluzione non stia nell’aggiungere, ma nel trovare combinazioni sempre più essenziali e potenti. E lì, secondo me, il viaggio è appena cominciato.

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