MOTUS TENEBRAE (Intervista)

Dopo un lungo periodo di gestazione, i Motus Tenebrae tornano con In Sorrow’s Requiem, un lavoro che affonda le proprie radici nel gothic doom più autentico e che fa dell’atmosfera, dell’introspezione e dell’impatto emotivo i suoi punti di forza. Abbiamo parlato con la band per approfondire il processo creativo dietro il disco, il rapporto tra musica e immaginario visivo, l’importanza delle emozioni nella composizione e il loro ruolo all’interno della scena dark/doom contemporanea.
1. Il vostro nuovo disco sembra costruito come una colonna sonora: quanto è importante l’immaginario visivo per voi?
Per noi, la musica non è mai solo un’esperienza uditiva: ci piace e pretendiamo da noi stessi che sia il più evocativa possibile. Quando componiamo, pensiamo quasi per fotogrammi visivi. L’immaginario visivo è il binario su cui scorrono le note; dedichiamo tanto tempo ed energia agli arrangiamenti perché vogliamo che l’ascoltatore non si limiti ad ascoltare, ma che “veda” e percepisca i paesaggi desolati (Desolate Place… XD, risata) presenti nei nostri pezzi. È fondamentale per dare tridimensionalità al suono.
2. C’è una forte componente malinconica e decadente: da dove nasce oggi questa urgenza espressiva?
Questa urgenza nasce dal contrasto con il mondo esterno in cui viviamo, che corre troppo veloce e brilla di una luce spesso artificiale. La nostra malinconia non è rassegnazione, ma una forma di resistenza che consideriamo un’alleata. È il bisogno di esplorare la fragilità umana in un’epoca che ci vorrebbe sempre performanti, sorridenti e senza problemi.
3. Il tempo lungo tra un disco e l’altro ha influenzato il risultato finale?
Noi crediamo che il tempo sia stato un alleato. La lunga attesa tra un disco e l’altro ci ha permesso di far sedimentare le nostre idee, senza fretta in fase di pre-produzione, e siamo contenti che sia stato così perché il risultato finale è più consapevole dei nostri mezzi, avendo potuto lavorare in tranquillità. Abbiamo eliminato il superfluo, lasciando che solo l’essenza delle composizioni arrivasse al master finale.
4. Avete mai pensato di alleggerire il sound o è una direzione che non vi appartiene?
Mai! Senza l’oscurità e la pesantezza che sono parte integrante di noi stessi come band, non esisterebbero i Motus Tenebrae. Non è una scelta a tavolino, è semplicemente il nostro linguaggio naturale. Alleggerire significherebbe snaturare l’emozione che vogliamo trasmettere. La densità del nostro sound è il collante necessario per sostenere i messaggi che veicoliamo e ciò che più ci piace suonare.
5. Quanto conta il silenzio e lo spazio nei vostri brani?
Il silenzio può essere uno strumento musicale a tutti gli effetti. In un genere come il nostro, lo spazio tra le note serve a dare peso a ciò che viene suonato subito dopo. Senza il vuoto, non ci sarebbe la vertigine. Il silenzio permette all’ascoltatore di respirare prima di essere nuovamente sommerso. Abbiamo anche giocato con questo aspetto, lasciando pochissimo spazio di pausa fra una canzone e l’altra nell’album, per non dare modo di fuggire dall’ascolto.
6. Le vostre canzoni sembrano più “sentite” che costruite: quanto c’è di istinto?
Ci fa enorme piacere che sia stato colto questo aspetto, perché, sebbene la struttura compositiva sia curata nei minimi dettagli, se un brano non nasce da un brivido immediato o da un’emozione viscerale lo scartiamo. La tecnica deve essere sempre al servizio del sentire e delle emozioni che percepiamo.
7. Il disco è molto coeso: avete lavorato su un concept o è venuto naturale?
A dir la verità non siamo partiti con l’idea di un concept album nel senso classico del termine, ma forse è diventato tale in modo assolutamente naturale. All’interno della band, vivendo lo stesso periodo storico, condividendo le stesse ossessioni creative e avendo tutti ben chiaro in mente come e cosa In Sorrow’s Requiem dovesse essere, i brani si sono legati tra loro come capitoli di un unico libro sonoro.
8. Esiste ancora un lato sperimentale nei Motus Tenebrae?
Esiste, è sempre esistito ed è vitale. Per noi sperimentare non significa necessariamente usare l’elettronica o chissà quali strumenti, ma cercare nuove sfumature di grigio all’interno dei confini del dark/doom. Sperimentiamo sull’atmosfera, sulla dinamica e sulla stratificazione delle voci per non ripeterci mai.
9. Quanto è importante il lato emotivo rispetto a quello tecnico?
L’emozione vince sempre! La tecnica è un mezzo fondamentale perché, se non sai suonare bene, non riesci a trasmettere ciò che hai dentro o che ti gira per la testa, ma non deve mai diventare il fine. Preferiamo una nota sporca ma carica di pathos a un virtuosismo gelido e fine a se stesso.
10. Dove vi vedete nel panorama dark/doom contemporaneo?
Il panorama gothic doom oggi è molto vasto, ma noi continuiamo a muoverci dove il gotico incontra la disperazione del doom più classico e, soprattutto, ciò che amiamo e ci riesce meglio fare. Non ci interessa rincorrere alcun trend: ci vediamo come custodi di un certo modo di intendere e suonare questo genere musicale, forse antico ma sempre attuale.





