THE MUGSHOTS (Intervista)

Sei anni di lavoro, una completa riscrittura del materiale e una lunga serie di collaborazioni hanno dato forma a Gloomy, Eerie and Weird, il nuovo capitolo discografico dei Mugshots. Un album che affonda le proprie radici nel post-punk, nel garage rock e nell’horror rock, senza rinunciare a un approccio personale e contemporaneo. Abbiamo parlato con la band per approfondire il lungo percorso creativo che ha portato alla nascita del disco, il lavoro svolto in studio insieme al produttore Priest, la scelta di coinvolgere numerosi ospiti e l’emozione di collaborare con una leggenda come Dan Swanö per il mastering.

1. Come avete lavorato per costruire il sound di questo album?
Un lavoro massacrante durato sei anni. Fai, disfa, fai, disfa. Nel 2019 avevamo già pronta una prima versione interamente registrata del disco, poi verso il 2022 ho deciso – coinvolgendo il nostro chitarrista e produttore Priest – di riregistrare tutto da capo, riarrangiare alcuni brani e coinvolgere una moltitudine di ospiti. In pratica, ogni canzone del disco è suonata da una line-up diversa.

2. Che ruolo ha avuto Priest nella produzione?
Un ruolo determinante, con il supporto del bassista Matt M. Insieme hanno dato vita al sound di Gloomy, Eerie and Weird. Nel 2016 Priest ha appreso molto dal nostro produttore Freddy Delirio (Death SS), per poi evolversi e sviluppare un proprio stile.

3. Com’è stato collaborare con Dan Swanö per il mastering?
Una sola parola: emozionante. Dan è una persona meravigliosa, disponibile e, come tutti sappiamo, è un genio della musica estrema, ma non solo. Ha dato vita a una miriade di capolavori sia come compositore sia come produttore: i dischi della mia giovinezza! Brave Murder Day dei Katatonia è religione per me; l’ho vissuto più che intensamente quando è uscito e avere sul disco dei Mugshots Fredrik Norrman alla chitarra e Dan Swanö al mastering è stato qualcosa di irreale, oltre ogni sogno più selvaggio!

4. Quanto era importante mantenere un suono ruvido e diretto?
Molto importante. Le nostre radici affondano nel garage rock, nel punk e nel post-punk.

5. Avete sperimentato tecniche particolari in studio?
L’unica “deviazione” nasce da un’intuizione di Priest: registrare Acid Mantra, dedicata alla dea K?l?, impostando la frequenza a 432 Hz. Per il resto, l’approccio è stato piuttosto rock.

6. Quali strumenti hanno avuto un ruolo chiave nella definizione del sound?
Compongo io ogni brano dei Mugshots, dall’inizio alla fine. Poi il tutto viene naturalmente arrangiato da chi suona i singoli strumenti, dato che io non sono un “vero” chitarrista, tastierista o bassista. Con tutti i miei limiti, quando do vita a una canzone parto da un riff di chitarra o da un giro di basso, strumento più che fondamentale nel sound dei Mugshots. Poi aggiungo una batteria che abbia un senso compiuto e che tenga in piedi il brano e, infine, tastiere e sintetizzatori. Ah, dimenticavo la voce! Quella arriva per ultima, quando il brano è fatto e finito e, a seconda dei fonemi generati dalla linea melodica, prende forma il testo.

7. I synth sono molto presenti: come li integrate nel vostro stile?
Sono l’ingrediente “segreto” per creare un sound da colonna sonora di film horror o fantascientifici dei tempi d’oro. Si tratta di suoni – seppur digitali – dal timbro molto analogico e nostalgico. Creano quel senso di straniamento che è difficile ottenere con chitarra e basso. Almeno per me!

8. Quanto conta l’equilibrio tra potenza e atmosfera?
Credo che siano due dimensioni complementari del sound di un disco, ingredienti ugualmente importanti da dosare saggiamente a seconda del mood di un brano.

9. Avete avuto riferimenti sonori precisi durante la produzione?
In generale direi i dischi storici del post-punk, ma con un’attitudine più “in your face”, mutuata dal metal.

10. Cosa avete imparato da questo processo di registrazione?
Che, lavorando seriamente, tutto è possibile grazie a un cocktail di buona volontà e a una strumentazione tecnica ormai alla portata di tutti, anche dal punto di vista economico. Non è più necessario rinchiudersi in studi costosi per ottenere un risultato più che dignitoso, perlomeno in fase di registrazione. Il mastering è un altro paio di maniche: infatti ci siamo affidati a un gigante.

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