Recensione. “Legends of the Ancient Rock” il nuovo album dei metallers IRONTHORN


Fra le tante fesserie che scrivo, di una almeno posso dirmi certo cioè che sono in palese ritardo con la disamina di Legends of the Ancient Rock dei miei conterranei Ironthorn.

Ma si sa, non tutti i mali vengono per nuocere.

E’ infatti provato scientificamente come certe situazioni richiedano tempo per poter essere lette, analizzate e comprese a dovere, non a caso la cosiddetta ‘distanza esegetica’… THUMP! (nda. onomatopea del tonfo di un tizio che provava ad arrampicarsi sugli specchi e che ora si impegnerà a fare un discorso sensato su quest’album).

Ehm. Dicevamo.

Se il debutto ‘After the End’ (2017- autoproduzione) aveva messo in luce il suo inconfondibile imprinting heavy metal/hard rock classicheggiante, Legends of the Ancient Rock (2019 – Sliptrick Records) ci consegna una band che in poco meno di due anni ha levigato ed oliato in maniera certosina i propri meccanismi, al fine di rendere ancor più fulgida ed intrigante la propria sostanza musicale.

Le principali aree di intervento sono state il consolidamento della lineup, la professionalità della produzione e la contaminazione con certi espedienti formali riconducibili ad un metal più vicino ai giorni nostri (comunque debitore della tradizione), oltre ad una netta e tangibile ricercatezza riguardante le fasi di scrittura dei testi e composizione delle idee musicali.

Gli Ironthorn di oggi quindi non vivono di solo acciaio pesante, duro e puro; piuttosto, s’impegnano a lavorarlo fino a renderlo incandescente, modellandolo in catene con cui intrappolare l’ascoltatore tramite un continuo inanellare riff, giochi melodici, assoli tecnici e passaggi toccanti.

 

‘A New Day’ apre la liturgia strumentale con solennità evocativa e anticipa di poco la celebrativa ‘Legends’, brano heavy rock dotato di una sezione ritmica affiatata e di una voce intenta a proferire l’atto votivo dei cinque agrigentini, offerto in dono alle monumentali divinità del pantheon metal.

Il groove in terzine di ‘Werewolf’ -dettato dalla batteria di Anthony La Marca e dal basso di Eliseo Bonacasa- è godurioso tanto quanto la sorprendente accelerazione verso un finale al fulmicotone (assolo incluso), preambolo di uno dei momenti più ispirati del full-lenght: ‘The Seed of Fire’.

In quest’ultimo si respira l’aria di un’alchimia magica, suscitata appunto dal duetto di Luigi Pullara e della guest star Roberto Tiranti, entrambi da pelle d’oca per intensità e complicità: una testimonianza da tramandare ai posteri, che per fortuna rimarrà indelebilmente scritta nei solchi di questo disco.

Poco male, tuttavia, anche il combo di pezzi composto da ‘My Cure’ (ballad veramente curata nelle voci), ‘Phoenix’ (power/folk con un bel ritornello, forse troppo digressivo nel finale) e soprattutto ‘Ladro del Tempo’, a cui consegno il mio personalissimo riconoscimento di best track of Legends of the Ancient Rock.

Un occhio di riguardo va alla thrash oriented  ‘The Call of Silence’ che per melodie e lavoro chitarristico trovo formidabile, superiore anche alla successiva ‘Trick or Treat’, power ballad in verità ispirata specialmente nel refrain.

Un plauso al miglioramento esecutivo/compositivo riguardante il guitar riffing ed i solos, reparto di spicco per i nostri Gabriele Misuraca e Maurizio Liberto che, seguiti dai loro compagni d’armi, dettano i motivi e le partiture simil-progressive dell’ultimo capitolo di questo disco, ‘The Ancient Rock’: tappa conclusiva di un viaggio onirico condotto con passione, poche storture e tanta sincerità.

Un album del genere non fa che ribadire una cosa soltanto: date agli Ironthorn palchi fumanti e folle di metalheads da sfamare, perché questi ragazzi se li meritano.

Reviewer: Gianfranco Catalano

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