Recensione: ‘Blackness’ – l’ultimo album dei Larry’s Emotion

‘Blackness’ – l’ultimo album dei Larry’s Emotion – è un po’ come il compagno di classe sbruffone e menefreghista di cui tutti abbiamo memoria, se torniamo indietro ai nostri ricordi scolastici di qualche decade fa.

Si, è proprio simile a lui; a quel tipo sempre irrequieto, scomposto, impreparato quindi fisiologicamente bisognoso di sedersi all’ultima fila, perché solo da lì poteva non essere esposto al campo aperto dei prof ed escogitare l’ennesima bravata o, per meglio dire, l’ulteriore messa in atto di una pulsione (a suo modo) creativa, propensa verso dimostrazioni sempre più eclatanti del proprio istinto ribelle.

Anche i Nostri Larry’s Emotion (a loro modo) sentivano di dover sfogarsi e dar vita ad una nuova ribellione creativa, stavolta più dirompente del punk stesso (si veda il precedente ‘He’s Still Alive‘). Così hanno deciso di riversare in ‘Blackness’ tonnellate di aggressività sonora trasmutata dal metalcore, caricando senza fine e pietà su quel micidiale effetto in your face che a dire il vero si era già vagamente insinuato in me dopo aver buttato un occhio alla sua copertina (carina vero?). Per non parlare, poi, di come alcune tracce in particolare non facciano che confermare la precisa volontà di ridurre in frantumi il sistema uditivo di certi ascoltatori vagabondi, magari inconsapevolmente capitati nel campo minato Djent/Nu-Metalcore di ‘Watch You Burn’ e un attimo dopo martoriati dalla bruta marzialità di una ‘Blackness’ dal cantato rap singhiozzante e un ritornello simile alla disperata chiamata alle armi contro un nemico già incombente.

Maggiormente degna di nota è la successiva ‘You’d Be Here Again’ per la complessivamente buona combinazione di accelerazioni in chiave hardcore, riffing dinamico e vario, ottime melodie vocali frammiste al growl e l’immancabile breakdown a suggellare – scusate, volevo dire ‘demolire’ – il tutto. Il discorso continua ad essere interessante con ‘Hollow and Empty’ per via dell’approfondito sviluppo di metriche rap in un contesto dove l’elettronica e la ritmica scandiscono un beat granitico, qui alternato ad uno dei migliori ritornelli dell’interno disco assieme a quello della fluida ‘Get Away’; mentre ‘Destroy Em’ All’ si segnala per il mood palpitante e agitato, quasi in preda ad una vorticosa trance dettata dal proprio groove disco-metalcore. Discorso simile per ‘Don’t Lose Your Way’ e la sua preponderanza ritmica da strapazzo, qui solamente interrotta per fare spazio al ‘breakdown per antonomasia’ rispondente alla legge universale per cui “super-rallentamento-corrisponde-a-super-annientamento e amen!”

Poco da dire sul pop-punk cristallino di ‘Waiting’, la traccia più soft del disco (ma affatto priva di appeal) e, proprio per questo, in totale antitesi con l’esplosiva ‘Deceiving Me’, la quale prova a divincolarsi nell’infiammata contesa tra frustrazioni perenni e desideri reconditi; gli stessi a cui il pezzo finale (‘Lies on Lies’) sembra concedere una tangibile possibilità di dispiegamento: si compie così un volo liberatorio inatteso per l’uomo fino ad un attimo prima consumato dai violenti rigurgiti hardcore di tutta una vita passata ad ingoiare bocconi amari.

Artefici di tutto ciò gli italianissimi Jimmy, Adrian, Mitch, Mark: quattro cuori, una sola anima chiamata Larry e la mente rivolta chissà dove…forse all’America, visto il sound dal piglio internazionale di questo ‘Blackness’.

Nonostante il cambio di rotta rispetto agli esordi, la loro proposta si dimostra all’altezza di quello che il genere richiede, anzi in qualche caso ne arricchisce pure i contenuti con un gusto personale e riconoscibile. E vi pare poco?

Gianfranco Catalano – Noirocker.it