Recensione: “Tutti i colori del buio” il nuovo album dei NAUTHA

Sono sempre più convinto che nel nostro Paese ci sia un fermento di band, giovani o meno giovani, seriamente attive nello studio e nella ricerca musicale, allo scopo di delineare – e progressivamente, definire – le caratteristiche della propria identità artistica.
Il processo è impegnativo e spesso arreca più tormenti che soddisfazioni, eppure sembra che alcune di queste band non facciano quasi fatica a portare avanti tale sforzo, facendone addirittura una ragion d’essere.

I Nautha ne sono un esempio, stando al loro debutto “Tutti i colori del buio”, anche se i tre musicisti proprio novelli non sono, diciamolo chiaramente. Giorgio Pinnen (batteria, percussioni) ed Antonio Montellanico (basso, chitarra e voce) hanno infatti militato negli  ‘Heliodome’, mentre il nome di Pierpaolo Cianca (prima chitarra) si ritrova nei progetti ‘The Great Divide’ e ‘L38’.

Il power-trio romano propone un Heavy Rock cantato in lingua madre, devoto al Progressive italiano anni ’70, allo Psych e allo Stoner/Doom ma il suo intento è lontano da ogni emulazione, proprio in virtù di quel processo di ricerca identitaria di cui parlavamo all’inizio.

“Tutti i colori del buio” nasce come disco autoprodotto, ristampato a Novembre da HELLBONES RECORDS, sulla via del nuovo sodalizio, suggellato solo pochi mesi fa, tra i Nautha e la label Romana. La consapevolezza dei Nostri si era già manifestata nell’atto primordiale della creazione del disco, registrando tutto in presa diretta: una scelta nostalgica (forse), talvolta abusata (anche) ma rischiosa (eccome!).

E invece, siamo di fronte ad uno dei pochi casi in cui lo standard qualitativo va aldilà dell’etichetta debut-album, avvalorato da una rielaborazione musicale che prevarica ogni suo singolo genere di riferimento, facendone un mix di valore in ognuna delle tracce, dieci in tutto.

In “Serpentine” possiamo apprezzare come la coesistenza di suoni acidi (chitarra) e oscuri (basso) possano abbracciarsi, anzi tuffarsi gli uni negli altri per dare vita ad aperture melodiche sconfinate. Il flusso compositivo è imprevedibile, mai ripetitivo; lineare e diretto in alcuni frangenti (“Libra“, “Ragazzi perduti“), vorticoso e appagante in altri (“La danza immobile“, un’ottima miscela a base di Stoner, Psichedelia lisergica, accenni Prog e Alternative).

Un modo di essere esseri umani” regala momenti di ‘sincera’ riproduzione sonora di tutte le gamme dinamiche di cui i Nostri sono capaci, rilevabili anche nella song “La Rivoluzione“, con un ritornello seducente a fare da ponte tra l’Hard Rock della prima parte e lo Psych riflessivo e rallentato della seconda.

Millenovecentoottanta” è la session più lunga del disco (otto minuti e trentasette secondi) in cui lo scontro di forze opposte, apparentemente irrisolvibile (Psycho-Prog e Doom come lo Zenith e Nadir), è in realtà un fruttifero incontro sperimentale, generante nuova vita anziché annullamento reciproco; un discorso, questo, che sta alla base dell’intero full-lenght ma che qui sembra essere approfondito.

Interessanti gli sviluppi in “Storia del cabalista” e “Nos da“: la prima indirizzata verso un Prog’n’Roll di bella fattura, la seconda più rivolta alle atmosfere Acid pur restando in ambito Hard Rock. A concludere il track-by-track è “Akhenaton“, dove i pochi elementi sonori sono sapientemente custoditi in un crescendo di intensità, tensione e -magia della presa diretta- tempo (una lieve accelerazione al 4:10).

Album da assaporare ed esigente dei suoi tempi, Tutti i colori del buio è una messa in campo di qualità assolutamente agiata, che saprà ripagarvi in termini di contenuti lirici e musicali. Non è un caso se la ricchezza dei suoni proposti è tale da richiedere un sentire ancor più profondo (quello della mente), laddove il solo ascolto delle orecchie non basta.

La HELLBONES RECORDS ci ha visto lungo sui Nautha e saprà dare ai ragazzi il supporto che meritano.

Recensione a cura di NOIROCKER.IT – Gianfranco Catalano

 

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